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Alcatraz 1×12 “Garrett Stillman”; 1×13 “Tommy Madsen” (finale): il commento

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C’era una volta un’isola: un luogo oscuro, freddo e cupo nel quale varie persone, ognuna con il proprio peccato da scontare, si trovavano loro malgrado intrappolate per ragioni diverse. Tutti loro ignoravano tuttavia che al centro della misteriosa isola si trovasse un portale dalle origini e dalla funzione ignota, fonte di luce e, forse, di speranza per un futuro migliore. Purtroppo state pensando all’isola sbagliata.

Alcatraz si conclude con un doppio appuntamento certamente non memorabile, mettendo sul tavolo più domande che risposte, non riuscendo a costruire quella tensione e quel coinvolgimento che per tredici puntate si è atteso invano, e fallendo nel tentativo di costruire una legittima dose di aspettative in vista di una eventuale seconda stagione che, tuttavia, a causa dei deludenti ascolti potrebbe non giungere mai. Varie sottotrame si incontrano in queste due puntate conclusive intitolate Garrett Stillman e Tommy Madsen, complice anche il risveglio dal coma alla fine della scorsa puntata della dottoressa Sengupta, ma il quadro che ne esce fuori risulta abbastanza confuso.

Innanzitutto lo scenario si focalizza proprio sulla psicologa che, appena uscita dal coma, dopo essersi truccata meticolosamente si rimette immediatamente al lavoro confrontandosi con i detenuti catturati nel frattempo dalla squadra e soprattutto con Ernest Cobb, che le aveva sparato nel secondo episodio. Attraverso il confronto abbiamo la conferma che l’obiettivo era proprio lei e che la sua esistenza rappresenta un problema per chi sta tirando le fila del discorso. La presenza della donna sblocca alcune situazioni: Rebecca e Soto avevano già scoperto che Sengupta veniva dal passato e ora ne hanno la conferma. Segue una chiacchierata tra donne su quanto Hauser fosse loquace da giovane che non aggiunge molto alla trama.

Decisamente più interessante, anche se non si comprende perché la dottoressa non ne abbia parlato prima, il fatto che proprio Hauser, già in possesso di due delle tre chiavi necessarie, venga a conoscenza nel 2012 della porta misteriosa nei sotterranei. Provvidenzialmente ecco che il detenuto della puntata, Garrett Stillman, trova la terza chiave che poi, passando di mano in mano, giungerà infine nelle mani della squadra e porterà all’apertura del misterioso portale. A rincorrersi in questo particolare gioco di inseguitori e prede, ruoli spesso intercambiabili nel corso di questo finale di stagione, anche un detenuto soprannominato Ghost, al secolo Joseph Limerick, che prima ucciderà Stillman e poi si suiciderà pur di non consegnare la chiave a Tommy Madsen.

Proprio il nonno di Rebecca si troverà faccia a faccia con la nipote dopo un inseguimento d’auto e, dopo una mezza rivelazione sulla morte dei suoi genitori, le sparerà durante una collutazione. Mentre Rebecca lotta fra la vita e la morte, Hauser apre finalmente il portale, trovandoci dentro una mappa degli States con vari puntini luminosi che indicherebbero le apparizioni dei detenuti (non più localizzate solo nell’area di San Francisco) e uno scienziato, vecchio collaboratore del direttore del carcere, riapparso per l’occasione nel 2012. Nel frattempo, durante l’operazione all’ospedale, Rebecca muore.

Se confrontato con le puntate precedenti, questo finale non sfigura, se giudicato per quello che è, e cioè appunto un finale di stagione (probabilmente di serie), quanto invece mostrato è deludente su tutti i fronti. Partendo dalla fine, i due cliffhanger che chiudono la stagione non funzionano: il primo, quello del ritorno dello scienziato (personaggio introdotto alla fine e che poco o niente avrebbe da dire), perché poco interessante, mentre il secondo, quello della morte di Rebecca, perché potrebbe sfociare solo in dinamiche prevedibili (il DNA della famiglia Madsen è importante e la donna potrebbe tornare tra noi) o anche qui poco interessanti (la semplice morte del personaggio non aggiungerebbe molto alla trama).

Il resto potrebbe essere bonariamente liquidato come coerenza con i difetti visti fin dall’inizio e che, malgrado l’occhio di riguardo per una serie che fin dall’inizio, di questo va dato atto, si è presentata molto onestamente come procedurale (in altre parole trama orizzontale ridotta all’osso), non possono essere trascurati. L’empatia con i protagonisti non è mai sbocciata, soprattutto con la protagonista che, aldilà della bella presenza, non ha mai offerto altri motivi per favorire qualunque coinvolgimento. A fare le spese di questa scrittura poco soddisfacente anche i personaggi di Soto e Hauser, ricchi di potenzialità sulla carta, ma decisamente mal sfruttati. Altro difetto la costante ed eccessiva ripetitività nello svolgimento delle puntate che, salvo rari episodi, hanno sempre visto come protagonisti maniaci dalla personalità disturbata a causa di un singolo evento traumatico adolescenziale. Sarebbe stato interessante vedere un detenuto “normale”.

Da salvare vari momenti nel passato, dimensione in ogni momento sempre superiore alla sua controparte “presente”, grazie anche alle ottime interpretazioni di Jonny Coyne e Jason Butler Harner nei panni del subdolo direttore (di cui forse non avremo mai la possibilità di conoscere fino in fondo le ragioni) e del suo vice. Rimangono comunque momenti isolati in una serie che, come già ripetuto, se dovesse concludersi qui, non si meriterebbe nulla di più di una nota a piè di pagina nella storia del piccolo schermo.