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Game of Thrones 2×04 “Garden of Bones”: il commento

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Joffrey, Cersei, Ilyn Payne, The Hound, Polliver, The Mountain…

I terrori che riempiono la notte tengono sveglie molte anime, e solo i nomi dell’odio, appena sussurrati, possono alleviare momentaneamente il dolore, nell’attesa degli inevitabili verdetti di morte che la guerra e la vendetta porteranno con loro. Arya/Arry Stark, costantemente in bilico tra la vita e la morte, costretta a mantenere il segreto sulla propria identità, circondata dalle mura maledette della fortezza di Harrenhal (la ricostruzione della città conferma gli standard elevatissimi della serie) e forzata ad assistere alle torture che i soldati dei Lannister infliggono pur di scovare una misteriosa Fratellanza, può trovare conforto in quelle parole. Altri personaggi, circondati da gabbie dorate, totalmente immersi nel gioco del trono, non hanno nemmeno questa fortuna.

Sansa è l’esempio perfetto di questa categoria, un lupo circondato da leoni, troppo giovane per apprendere le regole del gioco, ma abbastanza matura – il suo personaggio, al pari della sorella, ha subito una netta evoluzione ed è maturato moltissimo rispetto alla ragazzina sognatrice della prima stagione – per sopravvivere ancora una volta sopportando le torture, stavolta fisiche, del sempre più folle Re Joffrey. La ragazza è totalmente sola, un semplice pedone sulla scacchiera, e nè la pietà di Tyrion nè la piccola rivalsa della scorsa puntata sull’unico personaggio più debole di lei (Shae, la prostituta di Tyrion a lei assegnata come ancella), restituiscono serenità al suo volto.

In questa immensa partita a scacchi Tyrion si conferma la torre che avanza inarrestabile sul suo cammino, divorando un pezzo dopo l’altro, da Pycelle a Janos Slynt, riuscendo talvolta a mettere in scacco il proprio debole re. Ultima vittima del gioco del trono è suo cugino, nonché amante della regina Cersei, Lancel Lannister che, da fiero ambasciatore di un ordine reale, si trasforma in pochi minuti in una sottomessa spia al servizio del folletto. Questo rapido scambio, insieme al confronto diretto con Joffrey durante la tortura di Sansa o alle passate situazioni nel Concilio Ristretto, confermano ancora una volta, casomai ci fosse bisogno, tutta la forza del personaggio più carismatico dei Sette Regni e la sua capacità di catalizzare immediatamente attorno a sè lo svolgimento delle scene non rappresentando praticamente mai il semplice ruolo di comprimario. Non troppo lontano dalla Fortezza Rossa, alcuni eventi sembrano favorirlo.

I Lannister saranno anche la Casa più ricca di Westeros, ma quando i lupi famelici calano dal nord (Robb Stark finora non ha mai perso una battaglia), quando il Signore della Luce ad est illumina la strada di Stannis Baratheon e quando infine a sud un accampamento di circa centomila soldati porta le insegne di Renly Baratheon, nemmeno tutto l’oro del mondo può correre in aiuto. Eppure, almeno sul fronte meridionale, qualcosa sembra non andare per il verso giusto. Dopo aver abbandonato nella scorsa puntata Stannis, Melisandre e Davos Seaworth (personaggio un pò penalizzato finora, percepiamo la sua diffidenza verso la donna rossa ma nella controparte cartacea la sua caratterizzazione era meglio gestita), rivediamo i due Baratheon superstiti faccia a faccia vicino Capo Tempesta, pronti a combattere l’uno contro l’altro invece di unirsi contro il comune nemico. I vari comprimari coinvolti nello scenario del cervo più giovane sono stati presentati perfettamente nella scorsa puntata e dunque Brienne, Loras e Margaery lasciano per stavolta il campo ad altri avvenimenti. Proprio parlando con la sposa di Renly ecco che Ditocorto (inviato per restituire le ossa di Ned a Catelyn e per avanzare una proposta di scambio di ostaggi), potrebbe aver individuato la perfetta chiave di lettura della situazione: If war were arithmetic, mathematicians would rule the world.

Nel gioco del Trono la matematica e i numeri non contano, è un gioco disonesto, senza regole, e altre incognite possono sorgere dalla notte per intervenire negli esiti delle battaglie. Le ombre più intense sorgono dove la luce è maggiore, e il Signore della luce di cui Melisandre è portavoce si manifesta nelle forme più insospettabili. L’elemento sovrannaturale rientra con forza nella storyline, il fantasy che si riappropria, con una scena dal grandissimo impatto emotivo, di uno dei suoi elementi principali. Al di là delle leggende dei draghi e degli Estranei che nello stesso istante ritornano in vita agli angoli più remoti del mondo, nel centro dei Sette Regni nasce una creatura dalle ombre…