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Desperate Housewives: il commento alla serie

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Desperate Housewives è uno show che ha cambiato la televisione americana.

Da quella sera del 3 ottobre 2004 in cui per la prima volta Wisteria Lane ha prepotentemente invaso le vite del pubblico statunitense, lo show ha imposto nell’immaginario collettivo una nuova idea smaliziatamente pop di casalinga. Ad attestarne il successo non solo i milioni di spettatori che l’hanno seguita, ma anche una rispettabile collezione di riconoscimenti dalla critica (tra cui due Golden Globe per “miglior serie” nel 2004 e nel 2005).

Partorita da Marc Cherry, al tempo noto per essere autore e produttore di The Golden Girls, la serie ha salvato la ABC dal declino (con un grosso aiuto da parte di Lost) dando vita a un vero e proprio fenomeno culturale: show come The Real Housewives of…, oggi format mediatici e commerciali di successo, non potrebbero esistere se 8 anni fa Marc Cherry non avesse dato vita a Wisteria Lane.

Oggi come oggi, però, le cose non sono certamente le stesse: per quanto Desperate Housewives sia una realtà conosciuta, il suo audience non può più essere comparato ai grossi show di successo che oggi popolano i palinsesti americani. Cosa è successo allora in questi 8 anni di scandalose vicende suburbane a Fairview?

Permettetemi di rivedere l’affermazione iniziale. Le prime stagioni di Desperate Housewives hanno cambiato la televisione americana. Un primo sensazionale anno è stato seguito da un’altra grande annata (più di 20 milioni spettatori a episodio) che si è poi assestata in tre solide stagioni successive. Dopodiché, probabilmente anche a causa di nuovi arrivi competitivi (Glee, The Good Wife, Modern Family), lo show ha cominciato un lento declino che l’ha portato a registrare rating al di sotto del 3.0 di media.

La stanchezza risentita dalla serie, la difficoltà nel mantenere il livello qualitativo altissimo stabilito dalla prima stagione e la necessità di reinventarsi hanno reso inevitabile il lento declino di Wisteria Lane. Cercare di cambiare le carte in tavola facendo iniziare la quinta stagione dopo un salto temporale di 5 anni – palese tentativo di rinnovamento – non è bastato: le casalinghe hanno perso il loro fascino, la loro seduzione, la loro ironia (e ironicamente anche: la loro giovinezza).

Il pilota di Desperate Housewives rimane l’episodio più riuscito di sempre, non solo per la serie ma per l’intrattenimento seriale in generale, un piccolo capolavoro di broadcast television (che infatti si è aggiudicato l’Emmy per miglior regia) capace di vendere un prodotto che, in sé, racchiude un’idea originale assolutamente geniale mai vista prima in TV: un gruppo di casalinghe comuni (però tutte rigorosamente bellissime), che gestiscono problemi di tutti i giorni, ma che occasionalmente sotterrano un uomo morto (pala in una mano e Bloody Mary nell’altra) sporcando di fango tacchi e abito da cocktail da 30,000 dollari. Il tutto in un prodotto melodrammatico, a tratti macabro, sempre rigorosamente autoironico e comico in grado di mantenere incollati allo schermo fino a 30 milioni di spettatori a puntata.

Mantenere la promessa è stato troppo difficile: lo show ha continuato per alcune stagioni ad essere fedele ai suoi esordi, ma poi si è perso per strada nel tentativo di reinventare una ricetta del successo che, probabilmente, non poteva che esaurirsi nel giro di pochi anni.

Ora che è giunto il momento di salutare le eccentriche inquiline di Wisteria Lane, è un peccato constatare come questa ultima stagione sia stata così mal orchestrata. Cherry, evidentemente impegnato a tentare di vendere un nuovo pilot (Hallelujah, andato male) e a sfondare di nuovo con Devious Maids, ha perso di vista la creatura che l’ha portato a essere chi è oggi.

L’ottava stagione si è presa troppo sul serio e si è resa pesante, a tratti scontata. L’occasionale sprazzo di genialità (un esempio: la scena del series finale in cui Gabrielle e Renée devono correre al matrimonio a piedi perché Susan gli ha rubato la limousine), di cui io non dubito la paternità di un Marc Cherry che ogni tanto, distrattamente, torna a scrivere le sceneggiature, ricorda agli spettatori il motivo per cui si trovano ancora, dopo 8 anni, a ficcanasare nelle vicende di quattro casalinghe che – da anomale che erano – hanno lentamente finito per essere esattamente come quelle di tutte le altre soap.

Anche la maggior parte del cast, sfiancata dagli 8 anni passati a sbirciare tra le staccionate della vicina di casa suicida, ora preferisce ritirarsi al quieto vivere. Curioso segnale il fatto che l’unica superstite sia Vanessa Williams, l’ultima arrivata, che già da settembre rivedremo in 666 Park Avenue.

Sicuramente è con malinconia che salutiamo la vita di un sobborgo che, coi suoi piccoli drammi dietro ai fornelli, è riuscita a farsi sentire in maniera epica a Hollywood e in ogni salotto e cucina americani. Però è con tristezza che siamo costretti ad ammettere che il sipario si chiude su Wisteria Lane senza applausi, in sordina, e saranno in pochi a sentirne davvero la mancanza.