No, my lord, anyone can be killed…

Meno uno. Fantasmi e ombre si aggirano per i Sette Regni. Insospettati, inarrestabili, si fanno strada tra le fortezze e gli accampamenti, strappando la vita indifferentemente ad assassini e innocenti, a re e comandanti. Nella surreale ed imponente partita a scacchi combattuta a Westeros può anche capitare che i re cadano prima dei loro pedoni, contro ogni previsione, vittime dei terrori della notte. The Ghost of Harrenhal è il titolo della quinta puntata di questa seconda stagione, che segna il giro di boa per quest’anno e conferma, casomai servisse, l’altissimo sforzo profuso nella ideazione e realizzazione di questa immensa epopea televisiva.

Evento catalizzatore della puntata è inevitabilmente la scomparsa di uno dei pretendenti, forse il più favorito al momento, al Trono di Spade. Renly Baratheon cade nel suo accampamento, nella sua tenda, circondato da centomila soldati, di fronte agli occhi di Catelyn Stark e di Brienne di Tarth, l’immensa donna guerriero che, come facilmente intuibile, oltre ad essere una sorta di guardia del corpo di Renly era anche segretamente innamorata di lui. I sogni del giovane re si infrangono nel riflesso di uno specchio che immortala l’immagine di un’ombra con le fattezze di Stannis Baratheon che lo trafigge al cuore. Scelta curiosa quella di relegare la scena con l’avvenimento più importante visto finora all’inizio della puntata, piuttosto che sfruttare la situazione come cliffhanger di fine episodio. La tensione ne risulta in qualche modo smorzata, la scena perde parte di quel carico dirompente che avrebbe potuto assumere, il lento avvicinarsi dell’ombra piuttosto di un’improvvisa apparizione della figura inficia il risultato finale. Più efficace a questo punto forse sarebbe stata la scelta di optare nel finale della scorsa puntata per una lunga scena che mostrasse la nascita dell’ombra e il suo avvicinamento all’accampamento fino alla morte di Renly.

La morte di Renly e l’innalzamento di Stannis a contendente principale del Trono di Spade sancisce la fine di un mondo e l’inizio di un altro, nel quale le tradizioni e le battaglie campali sembrano lasciare spazio a strategie più sottili, alla sfera del sovrannaturale che irrompe come il fato a determinare le sorti delle guerre. Mentre Stannis si prepara a marciare per terra e per mare contro Approdo del re, Davos Seaworth, il vecchio contrabbandiere, si riscopre legato a quella visione e, testimone anche degli orribili prodigi di Melisandre, ottiene dal suo re di guidare l’attacco senza la donna rossa. A poco a poco, nonostante i pochi minuti finora dedicati ai due, si rivela quindi il particolare rapporto che lega servitore e re: uniti all’inizio da un evento sanguinoso che costò le dita a Davos i due, incredibilmente diversi, si riscoprono più simili di quel che potrebbe apparire al primo sguardo. E’ interessante in particolare come per Stannis Davos rappresenti un confidente, forse l’unica persona di cui si può davvero fidare. Appaiono invece spaesati i due Tyrell, Loras e Margaery, puntualmente avvicinati da Ditocorto, velocissimo ad adattarsi alla nuova situazione venutasi a creare.

Dopo cinque puntate inoltre finalmente i riflettori tornano pienamente anche su Daenerys. La Madre dei Draghi è giunta a Qarth e, sotto la protezione di Xaro Xhoan Daxos, esplora la città, interagisce con alcuni membri del consiglio dei 13, insegna al suo drago a sputare fuoco e si appresta ad entrare nella Casa degli Eterni, un luogo dove forse potrà ritrovare se stessa. Questa nuova e più approfondita analisi della storia di Daenerys ha infatti evidenziato un personaggio tanto determinato a raggiungere il suo obiettivo quanto indeciso sulle motivazioni e sulle modalità per giungere sul trono. Divisa tra i consigli di Daxos e Mormont, la Madre dei Draghi dovrà presto fare una scelta.

Momento migliore della puntata, breve e inaspettato quanto carico di tensione, il confronto tra Tywin Lannister e Arya Stark, perfetto trampolino di lancio per la storia di vendetta e morte che vede protagonisti la ragazza e Jaqen, l’uomo che le ha concesso tre cadaveri. Se Arya fosse un personaggio perfetto, senza difetti, la scelta cadrebbe inesorabilmente sul patriarca dei Lannister, in modo da favorire Robb e la fine della guerra. Ma Arya è solo una bambina, è impulsiva e commette errori (ogni personaggio creato da Martin è prima di tutto un semplice, debole essere umano, basti pensare alle azioni che portarono Eddard alla morte), e la sua prima scelta cade su un semplice torturatore. All’appello mancano altri due cadaveri. Meno uno.