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Game of Thrones 2×07 “A man without honor”: il commento

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Se la settimana scorsa ci chiedevamo perché la serie TV Game of Thrones è migliore dei libri da cui è tratta, oggi ci chiediamo perché è peggiore.

Un dialogo serrato con una persona completamente diversa solo perché nata dall’altra parte di una gigantesca muraglia, un improbabile confronto tra un lord e la presunta figlia di un muratore colto, o ancora tra un semplice scudiero e un cavaliere e infine tra un fratello e una sorella tra i più lontani che si possano immaginare. Basta poco per aprire uno spiraglio nella corazza di ognuna di queste anime, che si riscoprono vulnerabili e pronte a mostrare una nuova parte di sè: il classico rovescio della medaglia, forse il filo conduttore di questa atipica puntata di Game of Thrones in cui, a fronte di rallentamento nella narrazione, sono i confronti diretti a ritornare protagonisti. Rovescio della medaglia anche rispetto all’appuntamento della scorsa settimana nel quale una serie di situazioni offrivano spunti di riflessione sui vantaggi della serie rispetto al materiale originale. Riflessioni opposte rispetto a quelle suscitate da A man without Honor, casualmente (o forse no) una delle puntate in assoluto più lontane rispetto a quanto narrato nei romanzi.

Tra i tanti elementi che caratterizzano la saga di George R. R. Martin (mancanza, almeno all’inizio, di marcati eventi sovrannaturali, un’ambientazione smitizzata e decisamente poco epica, il punto di vista interno come unico filtro narrativo), uno dei maggiormente apprezzabili è la scelta di rivestire i moltissimi protagonisti di un magnifico velo di umanità. Questo ne dirige le azioni, li porta a commettere gravissimi errori, a compiere atti vergognosi o ad agire, pur contro il proprio bene, seguendo un particolare codice d’onore. Se questo elemento, come riportato in precedenza, è stato trasposto alla perfezione in riferimeno al personaggio di Theon Greyjoy, altrettanto non si può dire per “l’uomo senza onore” da cui la puntata prende il titolo. Avevamo lasciato Jaime Lannister incatenato in una cella nell’accampamento degli Stark, ma con ancora abbastanza dignità da tenere testa a Robb Stark e al metalupo Vento Grigio. Lo ritroviamo invece a compiere un atto fin troppo crudele e fuori dal personaggio, un atto che arriva al termine di un bel dialogo che, sulla falsariga di quanto accaduto per Theon, aveva avuto l’ottimo pregio di anticipare in qualche modo futuri sviluppi della sua caratterizzazione, un atto che può essere giustificabile solo nel tentativo di inserire qualche sviluppo inaspettato laddove invece non ce n’era bisogno (anche un altro colpo di scena come la morte di Renly non era stato gestito benissimo, e prima della fine della puntata non sarà l’unico).

Dove però gli autori, qui a fronte di un grande rallentamento nelle rispettive trame dei libri, hanno dovuto aggiungere è stato nelle vicende di Jon e Daenerys. Se la prima si limita a mantenere gli stessi eventi, pur diluendoli abbastanza nel loro svolgimento (e in ogni caso i dialoghi sulla natura del popolo libero tra Jon e Ygritte sono molto interessanti, un pò meno i continui e insistiti riferimenti al sesso), la seconda mostra una mole notevole di cambiamenti. Completamente dimenticata la cometa rossa vista durante la prima puntata la scena si è spostata sulla paradossale situazione di Qarth e sul complicato disegno di personaggi come Pyat Pree o Quaithe o Xaro Xhoan Daxos. Si parla di colpi di Stato, di draghi rubati, di una misteriosa Casa degli Eterni eppure, in mezzo a tutte queste ombre, quella che colpisce maggiormente è quella di Viserys che sparisce definitivamente dal passato di Daenerys, dimostratasi finalmente più matura del fratello nel comprendere che l’universo non sta lavorando per i suoi fini, che il popolo non la conosce e che per riconquistare i Sette Regni servirà qualcosa di più di un nome importante e tre draghi. Questo ciò che rimane di veramente importante a partire da una sottotrama alla quale forse non si doveva chiedere troppo di più di quanto già presente nei romanzi.

A ricordarci dell’imminente attacco di Stannis Baratheon, assente da un pò insieme a Davos e Melisandre, ci pensano per fortuna, in quello che forse è il momento più intenso della puntata, Tyrion e Cersei. Anche qui, aldilà delle notizie sui movimenti della flotta, ciò che rimane più impressa è la nuova veste sotto la quale ci viene presentata la regina, in una scena che si ricollega direttamente a quanto mostrato poco prima in un colloquio con Sansa nel quale Cersei avvertiva: “the more people you love, the weaker you are”. Una debolezza, questa, che si palesa più duramente proprio quando questo amore è rivolto ad un figlio, soprattutto se quel figlio è Joffrey.

Una debolezza, questa, che non risparmia nessuno, e che si rivela forse al momento l’unico punto debole di Robb Stark. Senza nulla togliere al fatto che la sottotrama con Talisa sia un pò troppo insistita (soprattutto, come visto, se questa comporta ignorare per più puntate consecutive personaggi ben più importanti), ma rimane comunque interessante vedere anche le debolezze del giovane lupo di fronte ai suoi alfieri, specie se queste debolezze finiscono per avere un effetto immediato sulla trama.

Intanto, a nord, sul volto sorpreso/sfinito/sofferente di quello che una volta era Theon Geyjoy si dissolve la puntata: alle sue spalle i cadaveri carbonizzati di due bambini. Forse il miglior colpo di scena della stagione poteva essere reso in maniera migliore.

E’ una stagione molto diversa dalla precedente: più ambiziosa forse, più ricca di ambientazioni e personaggi, più epica a modo suo, ma anche più imperfetta, frammentaria, discontinua. A fronte di una prima stagione nella quale praticamente ogni finale di puntata costituiva un crescendo perfetto di tensione e colpi di scena lo stesso non si può dire per questa seconda.