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Game of Thrones 2×09 “Blackwater”: il commento

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La storia narra che, all’epoca in cui Tywin Lannister era ancora un giovane leone e i Targaryen sedevano sul Trono di Spade, la nobile Casa Reyne di Castamere osò ribellarsi contro il proprio signore. Ciò che accadde è storia, una storia che chiunque nei Sette Regni conosce bene, un monito tramandato dalla malinconica canzone Rains of Castamere e lanciato a chiunque creda di poter sfidare e sottomettere il leone, anche se ferito, anche se dato ormai per spacciato. Blackwater, la nona puntata della stagione, raccoglie l’imponente sfida di incentrare l’intero episodio su una singola battaglia: il risultato è memorabile, Game of Thrones trascende nel miglior modo possibile i limiti apparentemente invalicabili del medium televisivo e solo motivi di budget gli impediscono un confronto diretto con ben altre produzioni.

Il fantasy declinato George R. R. Martin, anche sceneggiatore di questa puntata, conferma ancora una volta l’adattamento di stile, linguaggio, narrazione alla propria personalissima visione. La classica vicenda dell’attacco ad una fortezza considerata “imprendibile” da parte di un esercito molto più numeroso e meglio attrezzato, pur mantenendosi fedele ad un’impostazione già vista più volte (il richiamo più immediato nell’immaginario è all’attacco al Fosso di Helm del Signore degli Anelli) è tuttavia costellata di una serie di situazioni che la inquadrano sotto una diversa luce. Come sempre ciò che emerge nettamente è la pressocché totale mancanza di epicità. Non c’è gloria, non c’è onore, non c’è ricchezza ad attendere i soldati: il discorso pronunciato in conclusione da Tyrion per motivare i soldati sembra quasi il manifesto di una serie che ha fatto della crudezza e della grande umanità dei suoi personaggi un marchio di fabbrica.

I re fuggono, gli uomini si nascondono, la guardia reale tradisce: non gli uomini a strenua difesa della libertà contro l’oppressione, ma semplici soldati trasfigurati nel momento in cui uccidono o vengono uccisi nei modi più violenti immaginabili. Forse è possibile scorgere un’ombra di vergogna sul volto di Tyrion nel momento in cui una colossale esplosione distrugge la flotta di Stannis Baratheon, ma appunto è solo un’ombra di un istante, prima che l’attenzione torni all’assedio da terra, ora che quello dal mare è stato scongiurato. A questo proposito apprezzabile, ma probabilmente obbligata, la scelta di condensare gli effetti dell’altofuoco in un’unica esplosione ben realizzata, piuttosto che optare per la visione ancora più “caotica” ideata nel romanzo. Alla regia intanto Neil Marshall (The Descent) ci conduce nel racconto della battaglia appoggiandosi di volta in volta, salvo rare eccezioni, sul punto di vista dei singoli protagonisti degli scontri. Camera vicina agli scontri, ad altezza d’uomo, panoramiche e inquadrature dall’alto ridotte all’indispensabile, una messa in scena che, a partire dagli ovvi limiti di budget, permette di seguire in ogni istante con chiarezza l’evoluzione del conflitto.

Per l’importanza cruciale che essa riveste all’interno della narrazione, è forse possibile tracciare un ideale confronto tra la nona puntata di questa stagione e la nona della precedente. Se la morte di Ned Stark, insieme a quella di Robert Baratheon, fungeva da elemento scatenante di una serie di situazioni che poi sarebbero presto sfociate nella cosiddetta Guerra dei cinque re, al tempo stesso è facile individuare l’esito della battaglia come il culmine di una serie di vicende e come la fase conclusiva di vari percorsi individuali, pronti a prendere nuove strade. Tyrion innanzitutto, il mezz’uomo giunto come facente veci del padre alla Fortezza Rossa, ha saputo prendere il mano il Concilio, tenere a freno la sorella e il nipote, organizzare una difesa disperata culminata nella sortita condotta personalmente contro gli assedianti. Ad irrompere in questo percorso l’ombra del clamoroso tradimento ad opera di una guardia reale inviata non si sa da chi, un evento che getta un ulteriore sospetto sui già tremendi rapporti di potere a palazzo. Altra grande importanza ha l’abbandono del palazzo reale e della corte da parte del Mastino e la sua decisione di andare verso nord. Qui il risultato è invece un pò spiazzante, dato anche lo scarso screen time concesso al suo personaggio, che forse non ha consentito di inquadrare bene le motivazioni che portano ad una simile decisione (fatta eccezione per l’ovvia avversione per il fuoco). Mutano inoltre radicalmente le sorti della guerra, con i Lannister ormai praticamente senza più avversari a sud, con Renly morto e Stannis in fuga. I leoni possono rivolgere ora il loro sguardo a nord: Robb Stark adesso è solo, con i Greyjoy a premere sul continente e con un castello occupato dai nemici.

Al termine della puntata rimane la sensazione di aver assistito a qualcosa di memorabile, ad una parentesi perfetta all’interno di una serie fantastica, ad uno sforzo produttivo che per ambizioni e risultati costitutisce forse un unicum nella storia dei telefilm (alcuni paragoni potrebbero essere fatti con l’offensiva delle Ardenne nella città di Bastogne in Band of Brothers o con la Battaglia di Filippi vista in Rome: non è un caso il fatto che siano tutte produzioni HBO).

Cala il sipario sulla penultima puntata di Game of Thrones e probabilmente sulle dinamiche legate alla guerra, almeno per questa stagione. Altri conflitti, altre storie, altri percorsi ci attendono per il finale di stagione. Intanto Rains of Castamere risuona nelle nostre orecchie, e non se ne andrà tanto facilmente…