Per due serie come Daredevil e Jessica Jones che, pur partendo da un’ambientazione completamente diversa, vanno a finire nei territori del noir, c’è poi una serie come Agent Carter che con quel genere condividerebbe più del semplice periodo storico, ma decide comunque di battere altre strade. Un omicidio irrisolto, la cornice di Los Angeles, una cappa di calore sulla città, gli ingredienti ci sarebbero tutti. Sta di fatto che il trasferimento della protagonista dall’altra parte degli Stati Uniti, se in un primo momento scombina le carte in tavola, si rivela come un mezzo per preservare l’identità stessa della storia. Agent Carter non è New York, e non è nemmeno l’SSR. È Hayley Atwell, che nella doppia première della serie Marvel in onda sulla ABC dimostra ancora una volta di saper reggere sulle sue spalle l’intero carico drammatico e narrativo della vicenda.

L’avevamo lasciata trionfante, ma sofferente, a lasciar guarire le ferite dell’addio definitivo a Steve Rogers, finalmente maturato all’ombra dell’ennesima minaccia al mondo lanciata dall’Hydra. Un’agente finalmente come tanti altri, anzi migliore di tanti altri. La seconda stagione riprende esattamente dallo scontro con Dottie (Bridget Regan), per l’occasione in “cosplay” da Peggy Carter, all’interno di una banca dove sarebbe custodito qualcosa di più prezioso del denaro. Non sappiamo di cosa si tratti esattamente, né lo sapremo, dato che il promettente interrogatorio della protagonista viene interrotto bruscamente dal suo superiore Thompson (anche nel finale della scorsa stagione il trionfo della collega non gli era andato giù), che la manda a Los Angeles per rispondere alla chiamata d’aiuto di Sousa (Enver Gjokaj), alle prese con un caso molto peculiare.

Un cadavere bloccato nel ghiaccio, una sostanza dalle proprietà sconosciute, il coinvolgimento della Isodyne Energy. Questi gli ingredienti principali di un’indagine che fin da subito si dimostra pronta a sfidare i confini del paranormale, abbastanza estranei alla serie almeno finora. Peggy Carter, si sa, riesce ad adattarsi bene alle sfide, in special modo se dalla sua parte ritrova il fedele Jarvis (James D’Arcy), per l’occasione accompagnato dalla finalmente visibile – e innamoratissima – moglie Ana. L’alchimia tra i due, fatta di simpatiche schermaglie e grande complicità, rimane la punta di diamante nelle relazioni tra i personaggi, decisamente più interessante del comparto amoroso mai pienamente realizzato in cui viene relegato Sousa.

Il trasferimento di Peggy è il calcio d’inizio di una storia che, seguendo lo schema già adottato con successo lo scorso anno, lancia vari fili in direzione di un’indagine che occuperà l’intera stagione e che – lo si può intuire da subito – alla fine si ricollegherà con il principio di tutto, riportando Dottie nella storia. Il ritmo si mantiene abbastanza alto nel corso delle due puntate, veniamo immediatamente catturati da una vicenda solo apparentemente lineare cui fanno da contraltare una serie di incontri e new entry che rinforzano il cast. Su tutti Jason Wilkes (Reggie Austin), scienziato di colore (dal sessismo della prima stagione al razzismo della seconda?) che si rivelerà una risorsa preziosa per le indagini.

Penalizzata come non mai dagli ascolti, Agent Carter si conferma anche in questo ritorno come una serie dalle pretese non alte, ma dall’identità ben definita. Tutti gli elementi nuovi, location e non solo, sono stati inglobati da una serie che, in definitiva, sa di trovare sempre un porto sicuro nelle performance dei suoi protagonisti.