Ancora una volta siamo alla fine di American Horror Story, e ancora una volta ci chiediamo cosa esattamente abbiamo visto. Ryan Murphy muta gli scenari, gioca con gli stereotipi del genere, ma racconta sempre la stessa non-storia, e l’hotel Cortez non fa eccezione, con le sue storyline confuse, i personaggi che sono burattini nelle mani di un autore che ne fa ciò che vuole, i conflitti esaltanti e illogici che si risolvono in bolle di sapone. La quinta stagione della serie antologica di FX, la prima senza Jessica Lange a trascinare il gruppo, ha trovato una più che degna sostituta in Lady Gaga, raggiungendo alla fine risultati complessivamente migliori rispetto alle ultime due annate. Che uno stile riconoscibilissimo, che ormai ha inglobato tutti i propri difetti ed eccessi, possa riscattare una vicenda così traballante, è materia per il gusto personale di ognuno. In ogni caso difficilmente ci si annoia.

Temi e svolgimenti sono ricorrenti. Esiste un microcosmo con regole proprie, con al vertice una regina ossessionata (dal potere, dalla giovinezza, dall’amore) che tiene imbrigliati tutti i suoi sottoposti in una rete di perversioni, inganni, un distorto senso di protezione materna. Un circolo vizioso che andrà distrutto nel corso della serie, eterni ritorni in un mondo dove la morte non è mai un limite ma solo una seconda possibilità. E infine un nuovo equilibrio dove la fine dei legami terreni permette di superare ostilità e conflitti, condividendo la stessa trappola e lo stesso destino.

Lady Gaga non è esattamente Jessica Lange, non fosse altro per le diverse possibilità che la sua figura – così poco distinguibile dagli eccessi pop del personaggio pubblico – permette, ma nel suo essere una protagonista irrisolta, spietata fuori e fragile all’interno, ossessionata dal passato, ne condivide le caratteristiche principali. Per chi la considerava una scommessa a perdere, bisogna dire che la popstar si è messa molto in gioco, interpretando con gusto e trasporto (davvero molto convincente nell’episodio Flicker) il suo personaggio. Impossibile non citare il grande lavoro di Denis O’Hare, con la sua Liz Taylor migliore del cast a mani basse, ma anche di Evan Peters, che ha trovato la sua migliore interpretazione nello show, e di Chloe Sevigny, attrice di grande statura che ha garantito un valore aggiunto in più in ogni momento a lei affidato.

Abbastanza improbabili gli innesti di personaggi da precedenti stagioni, come a voler creare quella mitologia interna che Murphy ha sempre accennato (ricordate lo scorso anno con Pepper?) senza mai riuscire davvero a sfruttare. Se American Horror Story fatica a costruire coerenza nel breve termine, nell’arco di più stagioni è impossibile. L’intreccio in sé, dopo un promettente avvio nella prima parte di stagione, ha rivelato tutte le solite fragilità di scrittura della serie. Relazioni, conflitti, motivazioni, tutto viene impastato in un delirio barocco di reazioni improvvise ed eccessive, brusche frenate, storyline accantonate. Il solito American Horror Story, ancora una volta senza traccia di horror ad esclusione di un po’ di splatter (ma anche qui, non andremo oltre qualche gola tagliata).

Funzionano molto meglio i momenti alla tavola dei serial killer, con Evan Peters e il suo March a fare da mattatore assoluto. Interessanti i riferimenti alla blaxploitation, rappresentati dalla Ramona Royale di Angela Bassett, anche se lo sfruttamento del personaggio nel lungo termine ha lasciato a desiderare. Difficile chiedere o aspettarsi qualcosa di più da una serie giunta alla sua quinta stagione, con una sesta già confermata.