“La discesa all’inferno non è facile” recita il titolo della seconda puntata di Shadowhunters, e viene spontaneo aggiungere “men che meno se la effettui su dei vertiginosi tacchi a spillo”. La squadra di cacciatori di demoni, nelle cui fila è stata accolta la spaesata Clary Fray (Katherine McNamara), si muove alla ricerca della scomparsa Jocelyn, madre della ragazza e acerrima nemica del perfido Valentine, disposto a tutto pur di entrare in possesso della Coppa delle Ombre, in grado di creare nuovi cacciatori di demoni e persino di governare i demoni stessi. In questo episodio, lo spettatore viene introdotto più in profondità nelle maglie dell’organizzazione dei cacciatori, e le dinamiche sentimentali dei personaggi sembrano delineate già con chiarezza. A livello narrativo, l’effetto complessivo è di un’eccessiva velocità di passaggi, che finiscono per avvantaggiare il ritmo a scapito di una visione più appassionante e coinvolgente. Ma non è certo questo il peccato mortale di Shadowhunters

Montaggio effetto balbuzie, errori di continuità e molto altro ancora in questo nuovo episodio, che conferma in toto quanto di brutto emerso nel pilot. A partire dalla totale inconsistenza psicologica di Clary, che si va degnamente a inserire nella scia di tante recenti eroine letterarie, televisive e cinematografiche che di eroico hanno solo il coraggio di stare in scena. Ancora una volta, l’interpretazione di Katherine McNamara si dimostra inadeguata all’ingrato compito di colmare le lacune di sceneggiatura con un eventuale talento finora tenuto ben nascosto. E no, farla sgambettare in confortevoli tacchi a spillo (raccomandati in caso di inseguimento e/o combattimento con forze infernali) infilata in tre centimetri quadri di pelle nera non è palliativo sufficiente a chiudere un occhio – o entrambi, in questo caso – sulla totale mancanza di fascino di un personaggio che, sulla carta, dovrebbe essere veicolo delle emozioni dello spettatore. Non che il suo guardaroba sia argomento di discussione, in una serie in cui la conturbante cacciatrice Isabelle (Emeraude Toubia) è costretta in indumenti che le farebbero balzar fuori il generoso décolleté alla prima scaramuccia con un demone.

A contribuire in modo decisivo all’ulteriore distacco del pubblico dalle vicende narrate vi è un uso degli effetti visivi ancora più dozzinale rispetto a quello prospettato nel primo episodio. Greenscreen terrificanti, modelli in 3D che fanno rimpiangere le ricostruzioni dell’Antica Roma propinateci nei documentari di dieci, quindici anni fa, aure incantate non dissimili da una pozza di Nelsen piatti. Stiamo davvero vedendo un fantasy realizzato nel 2015? Non c’è scusa che regga di fronte a un’incuria visiva tanto evidente da divenire per il momento, duole dirlo, l’unica cifra stilistica riconoscibile dell’intero show.

In questo mare magnum di superficialità, qualcosa però va elogiato: se già il personaggio di Simon aveva conquistato, nella saga letteraria di Cassandra Clare, un posto speciale nel cuore dei fan, fa piacere notare come Alberto Rosende riesca a conferire al giovane friendzonato la giusta dose di ingenuità e stupore di fronte agli scenari sovrannaturali che gli si stanno parando dinnanzi. Un’accresciuta credibilità interpretativa è riscontrabile anche nelle interpretazioni di Emeraude Toubia, di Matthew Daddario (fratello della più nota Alexandra) e persino del granitico Dominic Sherwood, impegnato nel ruolo del coprotagonista – nonché love interest di Clary – Jace Wayland. Chissà che, per capillarità, la stessa McNamara non riesca a infondere un briciolo di verosimiglianza alla propria performance negli episodi a venire. Inoltre, a dispetto dei sovracitati effetti visivi assai discutibili, la scena ambientata nella tenebrosa Città di Ossa è percorsa da una vena inquietante dovuta all’efficacia del macabro make-up dei Fratelli Silenti. La speranza è che la serie percorra maggiormente questa strada di ombre, piuttosto che affidarsi alla creazione di un’estetica magica non efficacemente supportata dal comparto VFX.