L’intelligenza di una serie come Le Regole del Delitto Perfetto emerge dalle piccole cose, dalle acute sottigliezze dei dialoghi, da scene come quella in cui un tracotante imprenditore (Adam Arkin) si rivolge alla propria legale (Viola Davis) dicendole di averla scelta solo in quanto donna e di colore, indicando il suo pancione da gestante con un certo malcelato disprezzo e mettendola in guardia circa il pericolo, qualora perdesse la causa, di mettere in cattiva luce tutta la “sua gente”.

Razzismo e sessismo non sono mai asse portante delle vicende narrate in Le Regole del Delitto Perfetto, a evitare ogni ricattatorio ammiccamento per conferire gravità a una trama i cui drammi, tutti umani, trasvolano qualsivoglia identità di genere o di etnia. Sono, tuttavia, finezze come queste che, accostate a certe incoerenze e pasticciate lacune di sceneggiatura, fanno emergere quelli che sono i difetti letali dello show della ABC.

Nel resto di It’s a Trap, infatti, è riscontrabile l’ormai reiterato peccato della serie prodotta da Shonda Rhimes: troppa carne al fuoco e poca attenzione alle climax. Basti pensare che, a una prima occhiata, il plot presenti uno dei topos più efficaci di sempre: il conto alla rovescia. Il ritorno di Philip impone ad Annalise e ai suoi allievi il pagamento di 1 milione di dollari entro 36 ore, pena la consegna alla polizia di un video che colloca i ragazzi nella villa degli Hapstall nella fatale notte che ha visto il ferimento della professoressa Keating e la morte di quell’asso di simpatia di Emily Sinclair. Eppure, la minaccia di Philip non impressiona nessuno, a partire dai protagonisti per arrivare, per ovvio principio di capillarità, al pubblico. Il conto alla rovescia scade e, per qualche secondo, non succede nulla. Dopodiché, un video rivela che Philip è in città e sta spiando Annalise. Dovremmo esserne scioccati? Bersaglio clamorosamente mancato.

Anche l’avventura in Ohio di Wes (Alfred Enoch) e Laurel (Karla Souza) non ci regala chissà quali emozioni – il bacio che i due si scambiano in macchina ha, per il momento, ancora il sapore scialbo di un confuso errore di percorso. Tuttavia, il loro viaggio ha il merito di aumentare la credibilità psicologica della studentessa, aggiungendo accenni mai precisi – non abbiamo bisogno di altri dati in un panorama già sovraccarico di informazioni – sulla sua famiglia e sul suo straordinario sangue freddo. È una precisazione caratteriale che sfugge al didascalismo ed esalta la tridimensionalità di un personaggio che, grazie anche alla splendida performance di Souza, sta emergendo sempre di più nel corso della stagione.

Se nel passato episodio avevamo intravisto lo spettro di una reale frattura tra Annalise e i suoi protetti, It’s a Trap ci riporta subito coi piedi per terra, di nuovo nel circolo vizioso di un legame a cui nessuno può davvero sfuggire. Reagiamo con lo stesso scetticismo di Oliver (Conrad Ricamora) all’annuncio di Connor (Jack Falahee) di voler chiedere il trasferimento a Stanford. I Keating Five sono chiusi – volontariamente – in una gabbia di vetro da cui, di fatto, è impensabile uscire se non per finire dritti dritti in galera. Opzione non trascurabile, suggerisce Bonnie (Liza Weil), ma la rinuncia ufficiale alla libertà sembra essere un passo a cui gli spregiudicati studenti di Annalise non sono ancora pronti.

E il colpo di scena finale? Per quanto Le Regole del Delitto Perfetto ci abbia abituati a non fidarci di nessuno, appare però quantomeno improbabile che il piccolo Wes abbia fatto fuori la madre a seguito di un banale battibecco. I futuri episodi sveleranno questo ennesimo mistero, gettando probabilmente altra carne al fuoco nel frattempo. Al pubblico il compito di distinguere la carne cotta e saporita da quella cruda, in un fumo sempre più fitto.