Winter is coming… l’utilizzo di certe parole andrebbe misurato al giorno d’oggi, soprattutto in televisione. Perché poi il rischio è di buttarsi in paragoni inevitabili e di sganciare lo sguardo dello spettatore da ciò che sta vedendo per portare la sua attenzione su qualcos’altro. Ma Vikings decide di non nascondersi e fa pronunciare a Ragnar esattamente quelle parole. E deve saperlo per forza che avranno un certo impatto su chi sta vedendo Kill the Queen, secondo episodio della stagione. Allora forse l’obiettivo della serie di History Channel è quello di abbracciare, in un episodio da questo punto di vista molto peculiare, il paragone con Game of Thrones che a tratti è emerso negli anni precedenti.

Si tratta della puntata più grande vista finora, non perché getta nella mischia elementi nuovi o particolari implicazioni, ma perché estende il focus della storia a più regni, personaggi, conflitti di quanto abbia mai fatto fino ad ora. Lo fa con la consapevolezza di non dover riscattare nell’immediato il coinvolgimento dello spettatore, lasciando i presagi di tempesta in lontananza, raccogliendo il necessario, in un finale che non lesina l’azione e il sangue, per mantenere l’attenzione alta. Qualcosa, più di qualcosa, peccherà in eccessi, ma è difficile voltare lo sguardo e scegliere di non investire in attenzione in una storia che diventa sempre più grande.

Qualcosa che in prospettiva, nel coinvolgere Kattegat, il Wessex, Parigi e qualche landa sperduta nella quale è andato a rifugiarsi Bjorn, per non parlare di Lagertha che purtroppo nell’episodio non appare, ci dice che nessuno è indispensabile, che ogni perdita è accettabile. Ragnar stesso, già provato nel fisico e nello spirito dalle recenti esperienze, cede il passo ad una storia che salta da un luogo all’altro, preoccupato esclusivamente – e possiamo intuire quanto dei suoi tormenti interiori ci rimangono nascosti – dal dover catturare Floki, fuggito dal villaggio. Una breve fuga che in fondo è riempitivo di una storia che di riflesso ci vuole raccontare qualcosa di più sulla moglie di Floki, per la quale le sofferenze sembrano non finire mai, come vedremo nel finale di puntata.

La regina da uccidere del titolo è Kwenthrith di Mercia, contro la quale Ecbert scatena l’esercito per riprendere la torre dove si è barricata. A guidare l’assalto c’è proprio il figlio dell’uomo, ignaro che intanto a corte prosegue il malsano rapporto tra il padre e la principessa Judith, che nel frattempo esprimerà il desiderio di essere istruita nell’arte della pittura. Sono storyline come quest’ultima, che fa il paio con le perversioni del conte a Parigi, a non soddisfarci, se non altro perché si limitano a battere sentieri già percorsi lo scorso anno basandosi sul solito confronto tra l’istinto e la brutalità, però sincera, dei barbari vichinghi, e l’ipocrisia mascherata da civiltà degli altri popoli.

Rimangono uno schiaffo ad Aslaug molto soddisfacente per lo spettatore, un assalto finale di un certo impatto anche se non coinvolge nessuno dei protagonisti principali, una risata di scherno ai danni di Rollo (che ci ricorda come, nonostante tutto, siamo legati a questo personaggio e possiamo provare empatia per lui).