Vince Gilligan è un grandissimo autore perché sa cosa è meglio raccontare e sa quando, come un padre severo, è meglio dire di no. Perché in tutte quelle negazioni esiste, nascosta, la premessa per un sì che prima o poi arriverà, e che a quel punto sarà molto più forte proprio perché così atteso. L’autore di Breaking Bad e Better Call Saul lo sa bene che l’inserimento di vecchi personaggi, un continuo ammiccamento, tormentoni buttati nella scrittura senza coerenza, gli permetterebbe un appeal più immediato sul pubblico meno paziente. Ma Gilligan sa meglio dei suoi spettatori ciò che in realtà è meglio per loro, e su questo lavora, silenziosamente e pazientemente, episodio dopo episodio. Rebecca non è un episodio sconvolgente o particolarmente teso, è “solo” un episodio fatto di grande maturità, intelligenza e conoscenza dei meccanismi della narrazione. Il contentino ai fan arriva nel finale, ma è tutto ciò che lo precede a rendere grande questa serie.

Prendiamo la lunghissima cold open. Dieci minuti inutili, girati nell’oscurità della casa di Chuck, che ci imbarazzano e che non verranno più ripresi nella puntata: un segmento splendido. Una recita nella recita articolata in tre momenti che scandiscono con i giusti tempi (breve introduzione, lunga parte centrale, epilogo) un percorso, relazioni umane, personaggi intensi, vere emozioni. Anche se questo fosse un cortometraggio completamente avulso dal resto, anche se non sapessimo nulla di queste persone, la sua forza ci arriverebbe comunque intatta. Perché questo significa grande scrittura in Better Call Saul: dare tridimensionalità e dignità a una storia, fregandosene di quelli che dovrebbero essere gli appigli sicuri del prequel di un capolavoro.

A proposito di tridimensionalità, non limitiamoci a gioire per l’apparizione di Hector Salamanca e il suo dialogo con Mike. Facciamo un passo indietro e notiamo quanto è genuinamente bello il confronto tra Chuck e Kim. Jimmy, il protagonista della storia, è assente e presente al tempo stesso, sospeso tra i due, personaggi inediti introdotti pian piano, come pure estensioni che nella prima stagione servivano a dare respiro e motivazioni al protagonista, e che oggi sono due personaggi concreti, vivi, complessi. Nessuno dei due potrà essere un mostro di simpatia, ma quanto è apprezzabile Kim nel momento in cui capisce che Jimmy sta cercando ogni motivazione possibile per sabotare dal primo giorno il suo nuovo lavoro (lo notavamo già nella scorsa puntata)? E quanto è più umano Chuck – finora insopportabile – nel momento in cui riduce il suo rapporto con Jimmy alle circostanze della morte del padre?

Se la frustrazione di Jimmy, che ha a che fare con una giovane praticante molto ligia alle regole e alle pure formalità, nasconde qualche risvolto divertente, molta della nostra attenzione verrà infine catturata dall’incontro che dicevamo sopra. Appunto, Hector Salamanca – in condizioni migliori rispetto a come lo avevamo visto introdotto in Breaking Bad – si reca da Mike in quella che appare come una tavola calda che abbiamo visto più volte, e gli chiede di scagionare in parte Tuco dalle accuse. I 5000 dollari promessi non sono una grandissima somma, comparata ai 25 che Mike ha da poco ottenuto, ma a muovere Mike sarà probabilmente la consapevolezza di trovarsi di fronte a un personaggio non meno pericoloso del nipote.