Here am I, your special island. Come to me, come to me!

Isole felici chiamano i nostri protagonisti. Al plurale, perché Better Call Saul quest’anno ha allargato molto i suoi orizzonti, inglobando Mike – più un comprimario lo scorso anno – e Kim, che ha rivelato una profondità che non pensavamo interessasse a Gilligan e soci. Le isole di cui sopra possono mostrarsi in vari modi: un impiego più stabile e gratificante presso uno studio legale, una piscina in cui veder nuotare la tua nipotina, una bibita che entra perfettamente in un vano in macchina, un appartamento a propria misura. Better Call Saul racconta questo e poco altro in Bali Ha’i, sesto episodio della seconda stagione. Non ci sono grandi eventi o colpi di scena, e anche il momento più teso dell’episodio in fondo non ci terrà sulle spine. Arrivati a questo punto, gli spettatori lo sanno e possono abbandonare il treno in corsa, per tutti gli altri il viaggio continua.

La serie sorprende scegliendo di non sorprendere. I cugini Salamanca si stagliano contro il cielo di Albuquerque, e tutto ciò che devono fare è puntare il dito come una pistola contro la nipote di Mike. Il resto è quiete. Una quiete sulla quale la serie marcia con il suo episodio più silenzioso di sempre. Pochissimi dialoghi, pochi suggerimenti di scrittura in una serie che prepara molto per gli ultimi quattro episodi, ma nel frattempo non annoia.

Kim riceve una dignitosa offerta da un altro studio legale. Sarebbe una follia per lei non accettare, ora che viene scagionata da Jimmy sui possibili sensi di colpa (lo sa bene Kim che Jimmy ha accettato il lavoro solo per lei). Qualunque sia la sua decisione, Kim è cresciuta enormemente come personaggio in questa stagione: passiamo molti più momenti con lei, e non è più solo il riflesso del protagonista.

Mike da parte sua deve fare i conti con il rifiuto opposto a Hector Salamanca. Sfugge ad una prima aggressione con uno stratagemma davvero intelligente, ma alla fine deve capitolare di fronte alle minacce dirette contro la sua famiglia. Ovviamente lo fa a modo suo, senza scomporsi, senza perdere un briciolo di dignità, andando fino a casa del boss a dettare regole e a uscirne meglio di come gli era stato proposto all’inizio.

Addirittura applica nel finale una propria giustizia, risarcendo Nacho per non aver portato a termine il compito che gli era stato affidato. La serie lavora giocando sulla nostra lunga prospettiva sugli eventi, sul fatto che conosciamo già il triste epilogo della vita di Mike, costruendo una pietà per un personaggio che, in ogni caso, non ci lascerebbe indifferenti. Dimostrazione che questo non è solo un prequel, ma una serie che si regge sulle sue gambe.