Nei primi due episodi della nuova stagione di House of Cards abbiamo visto un Francis Underwood che fatica a rimanere il protagonista della propria storia. Un monologo alla telecamera, il primo dell’anno, lo riporta al centro della scena, ma si tratta pur sempre di una reazione in risposta agli atteggiamenti e desideri di Claire. Da parte sua, la first lady viene ricacciata al proprio posto, ma per lei ora si aprono nuove strade. Sullo sfondo, quasi come se fosse un argomento marginale, si potrebbero riaccendere i fuochi nascosti sotto le ceneri nel rapporto tra Stati Uniti e Russia. Il dittico di episodi di avvio della quarta stagione si chiude su note più alte rispetto a quelle che l’avevano inaugurato, lanciando più di un segnale positivo per il proseguimento della stagione.

La manipolazione come linguaggio base. Questo è Francis, lo è sempre stato, ma la carica presidenziale gli ha dato una nuova voce con la quale esprimersi. Ecco quindi che il discorso allo Stato dell’Unione, culmine di Chapter 41, diviene occasione per indirizzare almeno tre diversi messaggi ad altrettanti destinatari. Il primo è la Nazione stessa, e qui si tratta di pura campagna elettorale in vista delle primarie e quindi delle presidenziali: il protagonista evidenzia i passaggi chiave nella distensione in politica internazionale, la ripresa del Paese, addirittura il valore aggiunto della first lady (che, a memoria nostra, in realtà aveva fatto più danni che altro).

Il secondo destinatario è la Russia di Petrov, con Francis che vuole mettere a tacere le problematiche che potrebbero sorgere per aver dato asilo ad un dissidente in fuga. La new entry interpretata da Lars Mikkelsen era stata senza dubbio la più felice intuizione dello scorso anno, e i suggerimenti sulle nuove problematiche che potrebbero sorgere tra i due Paesi (in particolare la Russia è alle soglie della richiesta di un aiuto al FMI) sono uno spunto che la serie non dovrebbe lasciarsi scappare. Senza contare che, anche in questa occasione, Francis conferma tutto il proprio spietato e stringente pragmatismo nel disinteressarsi delle sorti del dissidente di cui sopra, per il quale si limita a chiedere la garanzia di un processo semplicemente come condizione inevitabile per la restituzione, ma a conti fatti è chiaro che sta solo interpretando un ruolo istituzionale che gli impone determinati atteggiamenti.

Il terzo, e più importante almeno nell’economia della serie, destinatario è ovviamente Claire. Riuscire a vincere la personale sfida con se stessa nell’indossare l’abito che la madre le aveva sconsigliato rimarrà l’unica breve e puerile soddisfazione della first lady, che per il resto – con una mossa di scrittura davvero interessante per quanto, conoscendo Francis, forse prevedibile – si vedrà scavalcare palesemente nel tentativo di candidarsi al distretto che aveva scelto. Il palese endorsement del Presidente di fronte alla nazione per la candidatura della figlia di Doris Jones mette Claire con le spalle al muro. Questo è Francis. Un’altra persona avrebbe agito diversamente, avrebbe assecondato una donna furiosa e pronta a tutto per ottenere un riconoscimento. Ma già lo scorso anno il protagonista con il proprio atteggiamento nei confronti di Jackie e Claire aveva dimostrato di non conoscere cautela e mezze misure. E questo, bisogna riconoscerlo, fa senza dubbio parte del suo carattere da sempre.

Claire non si ferma, fa saltare la fragile tregua con la madre, e reclama ciò che le spetta nella gestione della tenuta per ottenere i fondi necessari a perseguire un nuovo e più grande obiettivo insieme a LeAnn Harvey. Mentre in questo episodio Lucas non appare – ma la cosa non ci dispiace troppo – rivediamo Jackie e Remy, quest’ultimo vecchia conoscenza della Harvey, di cui intuisce con facilità le motivazioni.