House of Cards continua, un po’ Guerra dei Roses, un po’ Gone Girl (strani collegamenti a posteriori, considerato che all’epoca Fincher aveva diretto i primi due episodi), con l’idea di matrimonio come conflitto perpetuo nel quale non è sbagliato utilizzare terminologie che normalmente gli sarebbero estranee. Quindi tregue, compromessi, doppiogiochismi, tutto un campionario di azioni e reazioni che i coniugi Underwood stanno incarnando con ferocia un episodio dopo l’altro. Ed è con sorpresa e interesse, ma anche ammirazione per l’intensità con la quale Kevin Spacey e Robin Wright veicolano verso lo spettatore determinati contrasti, che ci congediamo dal terzo episodio della quarta stagione pienamente soddisfatti per quanto ci viene raccontato.

La battaglia per le primarie si sposta in South Carolina, Stato chiave in quanto ha dato i natali al Presidente in carica. Si ripropone ancora fortemente la questione razziale, e non è un caso che Frank scelga come avamposto per un discorso fondamentale una chiesa frequentata da afroamericani. Alla stessa chiesa dovrà tornare, umile e ferito, in conclusione di episodio, per ricacciare lo scandalo che gli è piombato addosso da dove è venuto. Un avvio di stagione che recupera una dimensione episodica, che certamente si basa su una forte trama orizzontale, ma che riesce sempre a chiudere un certo discorso nell’arco della puntata, a ricondurre ogni evento ad un climax che porta la sfida ad un livello successivo. Nella prima puntata era l’attesa riconciliazione tra Francis e Claire, nella seconda era il discorso allo Stato dell’Unione, qui è il “mistero” legato all’apparizione di una foto compromettente che vede il padre di Francis indossare una maschera del KKK.

Per una presidenza che scommette forte sulla collaborazione con Doris Jones si tratta di un colpo durissimo. Il rimbalzo di responsabilità tra la Dunbar, il capo dell’ufficio stampa Grayson, addirittura Meechum, nonostante tutto basta a sostenere la tensione sulla quale l’intero episodio gioca. Diciamo nonostante tutto perché, in realtà, per lo spettatore il mistero non esiste, dato che vedremo concretamente chi si recherà da chi per ottenere un determinato risultato (anche se nel finale lo scandalo si amplierà). E in fondo non esiste nemmeno per Francis, che infine commenterà “I knew it, but I didn’t want to believe it”. Allora si tratta, come nel primo episodio, di costruire una rincorsa verso il confronto finale che dovrà esserci, e che in questo caso tra le altre cose è necessario per dare piena giustificazione alle motivazioni di Claire. Che, è bene ribadirlo, anche dopo il suo discorso che dovrebbe riportare tutto a una sua motivazione, rimane una scheggia impazzita.

Il vantaggio della Dunbar – che nell’episodio vedremo solo come riflesso del disperato tentativo di Lucas di ottenere attenzione e protezione – non può essere annullato proseguendo su questa linea. Claire quindi alza la posta come mai fino ad ora, mettendo Francis con le spalle al muro con la richiesta della vicepresidenza. Anche a mente fredda, è una richiesta assurda, per motivazioni che lo stesso Francis porrà. Claire non ha mai ricoperto una carica elettiva e – aggiungiamo – le sue esperienze pregresse in incarichi di alto livello hanno portato a risultati negativi, senza contare che per un puro discorso di opportunità non è una buona idea.

House of Cards rimane una serie, per sua natura e per il contesto che racconta, costantemente sulle barricate, nascosta e impegnata a lasciar filtrare solo lo stretto necessario in termini di emozioni e reali motivazioni. Quando però si lascia andare, come nel finale di questa puntata, con un Francis raramente così umano nel parlare di suo padre (e quindi di se stesso) diventa un fiume in piena.