Si fa un gran parlare di sospensione dell’incredulità, tanto che ormai è un concetto entrato quasi nell’uso comune – almeno di chi mastica qualcosa nell’ambiente dell’intrattenimento, anche solo come passione – ma la verità, e forse uno degli elementi più interessanti quando si tira fuori, è che nessuno può tracciare esattamente una linea su ciò che è permesso e ciò che non lo è. House of Cards, tornando a noi, non è semplicemente un dramma ambientato durante un’immaginaria presidenza. È fantapolitica, e questo gli garantisce margini di manovra e libertà che altre storie che condividono la stessa ambientazione non potrebbero permettersi senza scatenare un’alzata di sopracciglio. Il quarto episodio della nuova stagione cammina al limite, si vende splendidamente, ci tiene sulle spine. Basta a far funzionare il tutto? Ma soprattutto, è importante?

I fatti. Claire scardina con una mossa inaspettata tutto il fragile equilibrio che aveva tenuto in piedi fino ad ora il suo rapporto con Francis. Promesse, speranze, compromessi, tutto viene portato via all’ennesimo tentativo del protagonista di togliere la terra da sotto i piedi a Claire. Il pomo della discordia in questo caso è rappresentato da LeAnn Harvey, la costosa consulente – in realtà finora non sappiamo nulla delle sue qualità, solo che è bravissima nel suo lavoro – che Francis vorrebbe sottrarre alla moglie, togliendole la migliore stampella nel tentativo di candidarsi alla vicepresidenza. Focus group e sondaggi confermano l’ovvio: non sarebbe una buona idea per Francis accompagnare la propria candidatura a quella della moglie.

Claire, forse cieca, forse troppo consapevole ma testarda, come al solito indecifrabile nella sua determinazione, attacca a testa bassa, annunciando a Francis la sua decisione di voler avviare le pratiche per il divorzio. Con questa ennesima spina nel fianco, e alle soglie di un’importante operazione in chiave di politica internazionale, il Presidente si reca ad un incontro, uno dei tanti sulla strada verso le nomination. È qui che lo scenario muta in un secondo, uno di quegli eventi sliding doors che trasporta l’intera serie su un binario diverso. Lucas, frustrato e disperato, spara a Francis, uccide Meechum, finisce vittima egli stesso della sparatoria. Ciò che segue sono le fasi convulse, raccontate a mezza voce dai canali d’informazione e dai protagonisti, con Francis che da quel momento non sarà più in scena, se non come sagoma sfocata sullo sfondo dei pensieri di Claire.

È bene chiarire una cosa: se è vero che lo scopo finale dev’essere l’intrattenimento, l’episodio rasenta la perfezione. L’intero scenario è più coinvolgente che mai. House of Cards abbandona la chirurgica precisione dei sussurri da Palazzo e dei retroscena nascosti, e preme sull’acceleratore sul dramma più esposto, più urlato, più grezzo. È la fiction che, in un ribaltamento non da poco, gioca su una dimensione di Storia che si fa in quel momento, annullando i confini tra reale e irreale, lavorando sulla messa in scena di una tragedia che, purtroppo, come ogni altra vera sciagura, non può far altro che tenerci incollati allo schermo per capire “cosa succederà ora”, solleticando una “perversa soddisfazione” dello spettatore nel vedere qualcosa di così definitivo ed enorme. Passata la tensione per la gestione della faccenda con la Russia, la tristezza per lo strappo crudelissimo sulla storyline di Meechum, la sorpresa per come, nonostante tutto, House of Cards riesca sempre a trascinarci dalla sua parte (Lucas ci appare come un mostro, Frank come la vittima che merita compassione), arriveranno altre considerazioni.

L’idea dell’attentato riesce ad essere sorprendente, ma al tempo stesso non è affatto campata in aria, anzi è abbastanza in linea con il Lucas delle precedenti puntate. Come spesso avvenuto nella precedente stagione, tuttavia, il gioco della scrittura ne risulta troppo esposto, ed è facile rileggere quegli stessi eventi come una brusca accelerazione con il solo scopo di condurci a questo punto. È anche una scelta che, come l’idea della malattia della madre di Claire, serve a “rimescolare le carte” (espressione che Claire utilizzerà in seguito, mentre sta concretamente esautorando Blythe) e a ripartire da un punto arrivato in fretta ad un vicolo cieco.