Ormai entrati nella seconda parte della stagione di House of Cards, ci troviamo di fronte ad un episodio che porta avanti la trama quel tanto che basta, ma per il resto si limita a dare respiro e corpo alle situazioni, consolidando quelle sottotrame che erano state introdotte nell’episodio precedente. I coniugi Underwood in grande spolvero mettono in fila un risultato positivo dopo l’altro, e torna l’apprezzamento per i giochi di potere e la manipolazione che tanto ci erano piaciute in passato. Conway intanto non rimane fermo al palo e, questo in realtà non ci piace molto, alcune figure che pensavamo di non rivedere più trovano una seconda occasione nella serie.

Tutto in questo momento ruota intorno al balletto delle candidature sul nome da affiancare a Frank nella corsa alla Casa Bianca. Eliminato Blythe, il prossimo nome sulla lista da far fuori con eleganza, e magari riuscendo a trarne un vantaggio, è quello di Dean Austen, senatore dell’Ohio indicato dalla dirigenza come prima scelta. Un moderato che potrebbe dare il proprio contributo alla campagna elettorale, ma, come dice Francis “the only problem with common sense is that is so… common”. Austen quindi non sarà il nome scelto, lo sa Francis come lo sappiamo noi, ma ciò non vuol dire che non può tornare utile, magari per ricevere un appoggio inatteso sul disegno di legge sul controllo delle armi. Un appoggio di lusso, considerato che Austen è stato coltivato politicamente proprio dall’NRA per tanti anni.

Si recuperano le dinamiche già intraviste nel precedente episodio, con Francis e Claire – che a quanto pare hanno davvero cancellato con un colpo di spugna tutti i dissidi precedenti – che lavorano e parlano come un solo essere, gestendo a proprio piacimento chiunque. Ne viene coinvolta a modo suo anche Kate Baldwin: per mezzo suo trapela con il giusto tempismo il coinvolgimento di Austen con gli Underwood, e il politico si trova esposto e costretto a fare marcia indietro dopo aver dato l’appoggio richiesto. Si affaccia quindi un terzo nome, stavolta – come opporturnamente suggerito da Frank, che non ci pensa proprio a sporcarsi le mani – sponsorizzato dal partito: si tratta di quello di Catherine Durant, l’attuale Segretario di Stato.

Per il resto Conway si limita a consolidare la propria posizione. La politica è show business, ci dice Francis. E ci mancherebbe altro, la retorica va di pari passo con la costruzione del consenso. La serie da questo punto di vista ci mostra un candidato diametralmente opposto a Francis, più nuovo, più moderno, più facile da amare per l’elettore medio. E gli Underwood, che nel frattempo devono tenere a bada Tom Yates, alle soglie della pubblicazione del suo libro vagamente ispirato al rapporto tra Francis e Claire, ne sono ben consapevoli. È difficile capire cosa sia cambiato dalla fine della scorsa stagione alla metà di quella attuale, ma a questo punto l’inserimento dei due Tom, lo Yates scrittore e l’Hammerschmidt ex caporedattore dell’Herald, sembra superfluo, per diversi motivi.

Thomas Yates è un personaggio di insostenibile antipatia, che aveva esaurito il contributo alla serie nella scorsa stagione come semplice mezzo per portare allo scoperto sfumature nascoste nel rapporto tra gli Underwood. Thomas Hammerschmidt può essere più giustificato, anche se a questo punto il suo è un inserimento ad hoc per non far morire la “storyline di Peter Russo” (chiamiamola così) che però, sollevata per la terza volta in ambito giornalistico, dovrebbe iniziare a dare i suoi frutti.