Squillino le trombe: Annalise (Viola Davis) è tornata. Ed è tornata al pieno delle proprie forze, dopo un breve ma gravoso calvario che ha seguito il suo ferimento – non solo fisico – da parte di Wes (Alfred Enoch) nella villa degli Hapstall. Ma come ogni fenice che si rispetti, l’agguerrita avvocatessa è risorta dalle proprie ceneri, pronta a difendersi e difendere i suoi cinque pupilli con artigli più affilati che mai in Something Bad Happened, episodio grazie a cui Le Regole del Delitto Perfetto riprende quota rispetto al confuso altalenare delle ultime settimane.

Per la prima volta da tempo, sembra che lo show della ABC abbia ripreso a funzionare come nei migliori momenti della prima stagione, tralasciando dettagli inutili e sgomberando di fatto la scena da sottotrame nebulose per concentrarsi sui propri punti di forza. Benché non manchino brevi scene dedicate a Laurel, Frank, Bonnie e Connor, ciascuno alle prese con i propri fantasmi più o meno inquietanti, l’attenzione è tutta su Annalise e Wes, e in particolare sul loro ombroso passato comune.

Dopo una logorante attesa, finalmente scopriamo la verità sulla morte di Rose (Kelsey Scott): a smentire un colpo di scena, quello della scorsa settimana, a cui nessuno aveva realmente dato credito, osserviamo da vicino la disperazione della donna e assistiamo impotenti, esattamente come Annalise, al suo insano gesto per proteggere l’incolumità del figlio Wes. È un momento scioccante, benché vada a confermare la tesi originaria del suicidio, proprio perché ci pone di fronte a una mancata rivelazione: è un momento di straordinario realismo in una serie che ha sempre sacrificato la verosimiglianza in favore dell’effetto sorpresa. Ma la dietrologia non è sempre la via giusta da percorrere, ed è con un certo bizzarro piacere che scopriamo come, per una volta, la giustizia abbia seguito il proprio corso e abbia saputo leggere la realtà in un orizzonte confuso.

A coronamento dell’efficacia dei flashback nell’episodio di questa settimana, non possiamo che gioire del ritorno di Eve (Famke Janssen), che dà vita a una delle scene migliori di questa seconda stagione. Benché, a una prima occhiata, la frenata di Annalise di fronte alle recriminazioni di Eve suoni come stonata rispetto al contesto stesso della serie (“Ti ho lasciata perché non sono gay” non è il genere di frase che ci saremmo aspettati dalla nostra spregiudicata protagonista), essa ci offre l’occasione rara – anche se non irripetibile – di osservarla in un momento della propria vita in cui ogni certezza sembrava vacillare, e in cui trincerarsi dietro i dogmatismi da cui era, finora, sempre fuggita è la garanzia di una tranquillità temporanea e fittizia, ma comunque lenitiva.

Il ritorno di fiamma tra Annalise ed Eve nella prima metà di stagione dimostra, d’altronde, come lo schema mentale della donna sia andato ridimensionandosi nel corso di questi dieci anni, sebbene il blocco sentimentale resti lì, macigno invalicabile che si ripercuote in tutte le relazioni che la donna intraprende – o cerca di evitare di intraprendere. E stupisce come, a un anno e mezzo di distanza dall’inizio della serie, sussista ancora un certo mistero sulla concezione dell’amore della nostra fiera antieroina.