Nostalgici di tutto il mondo, unitevi: non avete nulla da perdere, se non otto ore (qualcosa meno, in realtà) della vostra vita. In realtà, il termine perdere non rende giustizia all’impiego del tempo dedicato a guardare Stranger Things, nuova serie originale Netflix diffusa il 15 luglio dopo essere stata – giustamente – preannunciata come una summa del miglior cinema anni ’80, un cocktail irresistibile di atmosfere che rimandano a classici indimenticati come I Goonies, La casaPoltergeist, I Gremlins, Stand by Me, E.T., La cosa e molti, molti altri. Il tutto intriso di musica di repertorio saggiamente selezionata e riferimenti culturali ai baluardi della cosiddetta cultura geek, da Star Wars a Dungeons & Dragons passando per quel mondo tolkeniano all’epoca toccato dal cinema solo in forma di cartone animato. E, naturalmente, un po’ di sano dibattito scientifico sui viaggi intradimensionali.

Da questo punto di vista, meglio chiarire subito: a partire dalla grafica dei titoli di testa e dalla splendida colonna sonora firmata da Kyle Dixon e Michael Stein, Stranger Things soddisfa appieno le aspettative del pubblico affamato di ammiccamenti vintage a un’epoca cinematografica forse più ingenua, ma non meno godibile di quella attuale. Ma basta questo poutpourri, da solo, a conferire validità a una serie di otto episodi? La risposta viene da sé: per quanto la ricostruzione della variopinta, fantasiosa estetica degli anni ’80 nello show ideato dai fratelli Matt e Ross Duffer (coppia con già all’attivo scrittura e regia di qualche episodio di Wayward Pines) sia pressoché impeccabile, in assenza di altri meriti avrebbe reso Stranger Things nulla più che una curiosità all’interno del catalogo Netflix.

Fortunatamente per il pubblico e per la serie stessa, i pregi del prodotto vanno ben al di là dell’accattivante contesto in cui le indagini sulla scomparsa del piccolo Will Byers (Noah Schnapp) hanno luogo. Come spesso avveniva nei sopracitati esempi presi come spunto dai creatori, Stranger Things articola la propria storia lungo tre linee narrative distinte, ciascuna ascrivibile a una precisa fase anagrafica: abbiamo quindi Mike (Finn Wolfhard), Dustin (Gaten Matarazzo) e Lucas (Caleb McLaughlin), i tre amichetti del bambino scomparso, che s’imbattono nella misteriosa e silente coetanea Eleven (Millie Brown) arrivata da chissà dove con un carico di poteri sovrannaturali; abbiamo poi Jonathan (Charlie Heaton), fratello adolescente di Will, e la studiosa Nancy (Natalia Dyer), sorella di Mike, che si troveranno a collaborare per svelare il mistero dietro le sparizioni in atto nella cittadina; e abbiamo, infine, gli adulti, su cui svettano Joyce (Winona Ryder), madre di Will e Jonathan, e lo sceriffo Hopper (David Harbour), mentre sugli oscuri fatti che si susseguono a Hawkins si allunga l’ombra minacciosa del Dottor Brenner (Matthew Modine).

Stranger Things 2

Se la formula è familiare, ciò che colpisce è l’efficacia drammatica che ogni singola storyline riesce a mantenere nell’arco della stagione. Non c’è mai un momento in cui si preferirebbe vedere i bambini piuttosto che gli adulti o gli adolescenti, l’amalgama fra le diverse visioni del mondo di tre età consequenziali ma lontane anni luce è l’anima più vivace della serie Netflix, e assicura alla progressione drammatica una varietà che, con un minimo di disattenzione, rischiava di divenire dispersiva e confusionaria. Ma tutto fila liscio, attraverso la costruzione di personaggi vividi e supportati da interpretazioni sublimi; quasi superflua la lode a Winona Ryder, in grado di dipingere un personaggio di eccezionale intensità e ricchezza sebbene confinata, per quasi tutta la durata della serie, nel suo dolore di madre angosciata). Non meno bravo David Harbour nel ruolo dello sceriffo Hopper, un uomo segnato da un passato di sofferenza di cui solo pochi flash ci vengono concessi, a ridosso dell’epilogo. Sarebbe giusto soffermarsi su ogni singolo interprete di Stranger Things per encomiare l’illuminata scelta di casting e l’eccellente livello qualitativo delle performance offerte: basterà dire che, anche qui come nella messinscena, nulla risulta fuori posto.

Vale la pena evidenziare, in conclusione, che il valore di una serie come Stranger Things si misuri nella capacità di rielaborare elementi appartenenti a una generazione fa, ammantandoli perciò di una patina nuova che non li snatura, ma li rende più attraenti all’occhio di uno spettatore del nuovo millennio. Non è solo un’operazione nostalgia fine a se stessa, ma è la consapevolezza di ciò che di buono abbiamo ereditato da quel cinema sognante e, forse, più intimo nel suo essere fantastico. Una consapevolezza che si arricchisce, nutrendosi di spunti tratti dal contemporaneo (le inquietanti scene di trance di Eleven rimandano a una perla della fantascienza autoriale come Under the skin di Jonathan Glazer) e andando a creare uno dei prodotti televisivi più interessanti che il 2016 abbia proposto al suo pubblico. La porta per una seconda stagione rimane saggiamente aperta e, come Matt Duffer ha già dichiarato a IGN, avendo concepito la serie come “un film di otto ore” si tratterebbe di una sorta di sequel. Sia che venga rinnovata, consentendo la rivelazione di alcune zone d’ombra rimaste insolute, sia che la sua avventura finisca qui, Stranger Things è un gioiello d’intelligenza e sintesi estetica che colpisce al cuore lo spettatore, commuovendolo con una semplicità che sa d’infanzia riscoperta.

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