“Non è più bello come una volta,” asserisce la gioviale infermiera di fronte al suo idolo Sherlock Holmes, riferendosi al blog tenuto dal suo fidato – benché comprensibilmente in crisi – John Watson. Quella che è la battuta di un personaggio secondario sembra essere la strizzata d’occhio di Steven Moffat, creatore della serie assieme a Mark Gatiss e autore di questo Il Detective Morente (titolo che non rende giustizia all’ambivalenza dell’inglese The Lying Detective, il cui significato può essere tanto Il Detective Disteso quanto Il Detective che Mente), ai molti fan che hanno riscontrato, tra la fine della terza stagione e l’inizio della quarta, un calo qualitativo di quella che è, a oggi, una delle serie più osannate del globo. E non è un caso che la frase sia inserita in una puntata che, ben più di Le Sei Thatcher, sembra aver riportato lo show della BBC sul sentiero calcato con successo nelle sue prime due folgoranti stagioni.

La morte di Mary Morstan ha indubbiamente costituito la pietra di confine di una parentesi iniziata nel 2014 con La Casa Vuota e conclusasi la settimana passata; in Il Detective Morente, Holmes e Watson si trovano infatti divisi da una distanza che, a una prima occhiata, sembrerebbe incolmabile, intrisa di dolore e recriminazioni soffocate. Tuttavia, se c’è qualcosa che la serie ispirata alla saga di Conan Doyle ci ha insegnato, è che l’amicizia tra i due protagonisti va al di là delle disgrazie e, cosa più sorprendente, della logica cui Sherlock in primis sembra anelare ad affidarsi quasi esclusivamente. La minaccia rappresentata dal viscido Culverton Smith – magnificamente interpretato da Toby Jones – spinge i due ex sodali di nuovo sul medesimo tracciato, uniti dalla necessità di smascherare quello che Holmes presenta a Watson – e al mondo, tramite Twitter – come un pericoloso serial killer.

Benché la componente investigativa risulti, ancora una volta, meno intricata rispetto a quanto avvenuto nelle prime due stagioni della serie, lo scheletro della puntata è rappresentato dal calvario psico-fisico dei due protagonisti, reso vero prima ancora che verosimile dalle vibranti performance di Benedict Cumberbatch e Martin Freeman. Ingranaggi che avevano mostrato segni di usura in Le Sei Thatcher tornano qui a funzionare, coadiuvati da una regia – firmata da Nick Hurran (Doctor WhoTravelersBoyGirl) – che tocca l’apoteosi dello stile, già ricco di trovate visive, cui Sherlock ci ha abituati sin da Uno Studio in Rosa. In un gioco di citazioni che alterna James Bond – attraverso l’Aston Martin guidata da una Mrs. Hudson mai stata tanto in forma – all’Enrico V di Shakespeare – declamato da Sherlock pronto a combattere di nuovo per amore del suo unico amico, motivato dal discorso “postumo” di Mary Morstan – Il Detective Morente corre rapido sulle note trionfali dell’Inno alla Gioia dalla Sinfonia n. 9 di Beethoven, o su quelle più intime dell’Andante dal Concerto per Pianoforte e Orchestra n. 21 di Mozart, fino ad arrivare al trionfo di Holmes, che passa per il rischio di perdere la vita sotto le sovreccitate mani di Smith, per essere salvato in extremis da Watson, tornato – su consiglio di una Mary fantasma che diviene voce della sua coscienza – a tutti gli effetti in gioco.

Ma non è Smith la minaccia peggiore che la coppia, finalmente riconciliatasi a seguito di un dialogo tra i più toccanti della storia della serie (in cui viene citata anche la mai dimenticata Irene Adler), dovrà affrontare in Il Problema Finale, episodio che concluderà la quarta, forse ultima, stagione di Sherlock: secondo uno schema che ci ricorda la scioccante scoperta dell’identità di Moriarty alla fine di Il Grande Gioco, entra in campo – o meglio, rivela di essere sul campo da un pezzo – Euros Holmes, terza sorella di una famiglia con un peculiare gusto per i nomi di battesimo. Merita, a tal proposito, un plauso a parte la performance di Siân Brooke, che già in Le Sei Thatcher era comparsa nelle sospette vesti dell’amante platonica di John. È in questo episodio, tuttavia, che le capacità di trasformista dell’attrice raggiungono un’acme impressionante, portandola nel giro di pochi minuti dal ruolo della mite terapista di John a quello della disperata figlia di Culverton, in uno scambio di maschere che riesce a confondere persino il fratello Sherlock, per quanto ottenebrato da uno smodato consumo di droga.

La rivelazione di Euros al termine dell’episodio lascia lo spettatore col fiato sospeso non solo per il proiettile sparato contro John, ma soprattutto per l’ormai evidente connessione tra la donna e il ritorno post-mortem di Jim Moriarty, i cui dettagli ci verranno presumibilmente svelati in un finale di stagione che ha, grazie in primis all’eccellente semina effettuata in questa puntata, tutte le carte in regola per essere memorabile. Gatiss e Moffat hanno saputo gettare fumo negli occhi del proprio pubblico, puntando l’attenzione su un villain, Culverton Smith, che impallidisce al confronto col temuto “vento dell’Est” – il cui nome, secondo la mitologia greca, era appunto Euros. Il confronto col passato sarà, possiamo prevederlo, foriero di sofferenza e paura per entrambi i fratelli Holmes, come pure per John che, ancora una volta, ha scelto di restare in mezzo al fuoco della battaglia, a scapito di quella vita tranquilla che il legame con Sherlock continuerà a tenere a debita distanza ancora per qualche tempo.