Questa terza stagione di The Affair vive in uno strano spazio, a metà fra il limbo e l’epilogo. Tutto nell’agire e nel pensare dei protagonisti viene proiettato nel passato. Può trattarsi di un passato recente, quello trattato nelle precedenti due stagioni, che quindi conosciamo bene. Oppure può essere legato a un ricordo ancora più lontano, ancorato a traumi che solo ora si risvegliano a causa di determinate circostanze. Ciò che rende questo sesto episodio buono, e forse migliore di quelli che l’hanno preceduto, è un certo affetto per i personaggi, la capacità di prenderli, buoni o cattivi che siano, e trarne materiale per nuove riflessioni, nuove sfumature che si aggiungono al loro carattere.

Ad esempio è il caso di Helen. Che fosse stravolta ancora dopo molto tempo dal senso di colpa era chiaro. Lo si vedeva nei suoi ripetuti tentativi di instaurare un dialogo con Noah, forse riprendere un discorso interrotto anni prima. Eppure è solo di fronte alle ripetute e violentissime accuse della cognata che ci arriva con forza vivida lo strazio che si porta dentro. Funziona l’idea di questo personaggio che non ha equilibrio, spiazzato dalla rinnovata felicità dei propri genitori, incapace di tenere le redini di figli e figlie per i quali non si sente più un punto di riferimento (di solito è Whitney, qui è Martin).

Helen che guardacaso si trova a passare in quartieri troppo familiari, cercando un punto d’appoggio e finendo invece per compromettersi sempre più. Ne viene fuori un quadro improbabile della relazione con Vik. Infine, tutto tende verso una direzione, quella di Noah, ma il ricongiungimento sarà traumatico. La spiegazione di questo, o almeno un barlume di spiegazione filtrato come al solito dal punto di vista soggettivo, stavolta addirittura sporcato da allucinazioni, arriva nella seconda parte di episodio.

Un segmento per certi versi simile a quello di Helen, benché più liberatorio e, anche per questo, positivo. Non che le cose vadano meglio per lo scrittore, anzi. Il confronto con Juliette (cerchiamo ancora di capire che senso ha avuto il segmento dedicato a lei) non funziona per entrambi. E quindi anche per Noah si tratta di fare un passo indietro, tornare al proprio passato, ad un luogo lontano dalle pressioni degli ultimi anni, ma che custodisce un trauma centrale nella sua vita. Qui, Noah incontra Martin e, in una scena riuscita e d’impatto, rievoca nel rapporto con il figlio la relazione turbolenta con i genitori, tra gesti violenti e parole non dette. Il dolore in qualche modo viene esorcizzato con la parola, ed è piuttosto familiare per The Affair questa idea dell’angoscia, del soffocamento che cresce nel silenzio e che viene, nel bene o nel male, razionalizzata dal confronto. Quando questo arriva.

Eppure il finale si riprende questa speranza, in una sequenza a metà fra il simbolico – un giovane Noah che annega – e l’allucinato, in cui Noah e Helen si ritrovano a guardarsi in faccia, forse pronti ad aiutarsi a non affogare.