A un primo sguardo, dovendo dare un giudizio stilistico basato su questi primi due allucinanti e psichedelici episodi di Legion, forse la serie più simile è Sherlock. Con la serie della BBC quella di FX condivide una visione parziale, soggettiva, che gioca sulle transizioni di montaggio ponendo uno sguardo interno e intimo al di sopra dell’impianto oggettivo di una storia che, almeno speriamo, la serie dovrebbe raccontare. A un secondo sguardo invece, volendo proprio trovare un riferimento più distante, ma forse più adatto, Legion ricorda di più la visione e l’approccio di Satoshi Kon. Se avete avuto la fortuna di vedere qualcuno dei capolavori del regista giapponese scomparso, forse noterete alcune affinità con il linguaggio di Noah Hawley.

Un linguaggio che, come sospettavamo, non si pone come esperimento isolato e confinato al primo episodio (qui la recensione), ma si estende in vari modi anche in questa puntata. Il prologo ideale della vicenda bloccata all’interno della struttura di ricerca, dalla quale il protagonista veniva portato via, non si esaurisce nell’inizio di una nuova storia di riscatto e scoperta di sé, ma oscilla tra passato, altri momenti, un presente che si svolge in altri luoghi in quello stesso momento. Risultato è qualcosa che non può spiazzare come nell’esordio, ma che costruisce ancora di più quell’identità già riconoscibile della serie di FX.

David viene dunque condotto all’interno della struttura Summerland. Qui, sostenuto dalla terapista Melanie Bird, intraprende i primi passi di un percorso che si preannuncia lungo e complesso. Una strada che lo porterà a confrontarsi con se stesso nel modo più letterale possibile, a riconsiderare flash e immagini sfocate della propria infanzia. Ciò perché, come dirà Melanie, in questo caso non esiste una malattia, ma qualcos’altro da abbracciare. Quindi c’è un’idea di inconscio portato allo scoperto e vissuto direttamente (che volendo riagganciarci a Kon, ha qualcosa di Paprika, ma non solo) insieme a Ptonomy (Jeremie Harris).

Tra le molte immagini che si fondono e confondono spicca senza dubbio il momento in cui, bambino nella propria camera, David si vede leggere una storia da un padre senza volto. Qui la tensione del momento è molto forte, tutto vira improvvisamente verso un’idea disturbante proprio perché indefinibile, la storia narrata è violenta e stridente (una sorta di Babadook!). A contribuire al tutto il viso in ombra del padre di David. Non sarà l’unica immagine forte dell’episodio, che in vari momenti rimette in gioco il volto orribile di un nemico ancora sconosciuto.

Non esiste un vero momento di stacco, o rilassamento, o leggerezza. Gli stessi momenti trascorsi con Lenny o quelli con Syd non riescono mai davvero a dare respiro alla serie, che spesso risulta soffocante, costantemente sovraesposta. Non è necessariamente un male, anzi è ammirevole la persistenza con cui Legion continua a tenere la nota alta, senza dare respiro e senza offrire particolari agganci. Piccola eccezione quella rappresentata dal sequestro della sorella Amy.