Big Little Lies è una serie sui bambini tanto quanto lo è sulle madri. Le problematiche e le cadute emotive di Madeline, Celeste e Jane valgono non solo di per sé, ma anche e soprattutto nel modo in cui si riversano sui piccoli che vivono con loro. Quindi i bambini, fogli bianchi che assorbono, senza comprendere del tutto, atteggiamenti e frustrazioni, incamerandoli e ripetendoli senza colpa. Non c’è necessariamente una netta presa di posizione da parte della scrittura, che anche nel quarto episodio, intolato Push Comes To Shove, riesce a estendere il melodramma e poggiarlo su un’analisi della comunità e delle persone che ci abitano. Senza indulgenza, senza cattiveria, più distaccato di quanto potrebbe sembrare.

Madeline è il personaggio più simpatico, e siamo ovviamente con lei e con Celeste nel momento in cui riescono a imporsi su Renata e sulla sua risata finta nella discussione sulla rappresentazione di Avenue Q. Ma la scrittura stessa ritorna sui due personaggi, costruendo poco dopo due momenti di riflessione e svolta. Madeline ricambia l’assalto amoroso di qualcuno, poi lo respinge, ma forse senza quella decisione che lei stessa riconosce che avrebbe dovuto avere. Celeste ritrova nella breve parentesi come avvocato un’idea di realizzazione personale che aveva accantonato nelle vesti di madre e, soprattutto, di moglie.

Sono piccoli momenti di egoismo, ma la serie non li usa per appiattire i caratteri su una generale mediocrità. Se ne serve invece per dare una caratterizzazione più definita, la stessa che, tornando a quegli stessi caratteri, ci permette di porci in un’ottica più personale, più coinvolgente. Nessuna di loro è definita soltanto dal ruolo di madre, nessuna di loro è un semplice strumento narrativo. Allo stesso modo nessuna di loro è veramente innocente. Ancora non sappiamo chi riguarderà l’omicidio, anche se a questo punto abbiamo dei sospetti molto chiari, però fin da ora possiamo dire che, chiunque premerà il grilletto, il malessere che ha generato quell’evento affonda in problemi comuni a tutta la comunità.

Ziggy, su cui vengono proiettati una serie di problemi e che avrebbe ereditato il carattere violento di un padre mai conosciuto, è il simbolo di questo. Poi la serie stessa per fortuna smentisce questa possibilità e ci permette di passare ad altro, ma rimane l’idea di base, quella di bambini che non sono ciechi e non sono indifferenti ai problemi che sperimentano in casa. Tutto ritorna, sotto altre forme, altri tipi di sfogo.