“È difficile resistere al mercato, amore mio”, così recitava un verso di un mirabile brano del gruppo toscano dei Baustelle; piuttosto che resistergli, le agguerrite protagoniste di Feud sembrano assecondarlo e, di conseguenza, lottare l’una contro l’altra per la supremazia, nella declinazione più capitalistica dell’American way. Il parallelo tra concorrenza sul mercato e rivalità tra stelle del cinema è una delle tante pillole di sagacia che il secondo episodio di Feud – in questo caso, nella persona di Jack Warner – elargisce al proprio pubblico bramoso di stimoli.

La puntata di questa settimana riprende i medesimi temi già presentati nel pilot, elaborandoli in una chiave leggermente meno sottile, in un lavoro sceneggiatoriale che, più di una volta, sfiora il didascalismo. Tuttavia, l’intreccio principale si focalizza su un nuovo elemento drammatico, tanto coinvolgente da suggestionare e commuovere lo spettatore, solleticando la sua capacità empatica e accentuando la solidarietà nei confronti di Davis e Crawford: due gigantesse ridotte a marionette da una mentalità competitiva figlia del capitalismo tanto quanto di secoli di mercificazione sessuale, che lottano per restare a galla in un mondo che le vuole relegare a idoli per le nonne, come ben esemplificato dalla scena d’apertura dell’episodio.

Manipolate da Aldrich, istigato al gioco psicologico da un Jack Warner spietato e cinico, Joan e Bette si contendono le attenzioni del regista, con mezzi più o meno professionali, senza mai poter ottenere una vera e propria vittoria, ignare della sordida strategia ordita ai loro danni. Dopo una tregua che sembrava scontentare tutti all’infuori delle due protagoniste, la guerra riprende più cruenta che mai, ma gli unici trionfatori saranno, ancora una volta, gli uomini, che traggono dai dolori e dagli odi delle donne i frutti più gustosi e allettanti. La denuncia di Murphy, seppur più esplicita rispetto al primo episodio, è ancora lungi dall’essere un vero manifesto, limitandosi a divenire pretesto per la messa in luce di piccole e grandi meschinità di Bette e Joan, magnificamente ritratte dalle sempre eccelse Sarandon e Lange. Un plauso specifico merita Alfred Molina, in grado di costruire il suo Robert Aldrich sulla linea di confine tra sete di celebrità e umanissimo senso di colpa nei confronti di due artiste che, in cuor suo, ama e rispetta.

Sotto la patina dorata e i riflettori, c’è un caleidoscopio ben meno rutilante di problemi quotidiani, e il desiderio di gloria si va a sposare con la difficoltà di fronteggiare uno stile di vita che non ci si può più permettere, mentre le rughe si moltiplicano sul volto. L’economia si sposa con l’ambizione, l’arte si muove secondo le correnti del denaro, i sentimenti stessi vengono assoggettati alle logiche di mercato: la moglie di Aldrich piange sommessamente, consapevole dell’adulterio del marito e conscia, tuttavia, dell’ineluttabilità di certe dinamiche di potere interne al mondo del cinema, le stesse che potranno garantire a lei e alla sua famiglia una vita hollywoodianamente dignitosa. Ecco quindi che Feud, parallelamente allo stuzzicante racconto di una rivalità, si configura sempre più come un saggio e mai dichiarato riflesso aberrato della società del consumo.

Feud