Nell’ottavo episodio di Iron Fist fa la sua apparizione, per circa dieci minuti, un nemico che per toni, scrittura, movenze, rappresentazione, sembra completamente avulso dal contesto in cui è calato. Sono poche scene, nemmeno importanti nella storia, ma emblematiche di ciò che la serie di Netflix avrebbe potuto essere. Come l’apparizione liberatoria ed entusiasmante di Spiderman in Civil War, si tratta di un momento che restituisce la gioia del racconto ad un prodotto troppo irrigidito da canoni predefiniti.

Quelli stessi canoni che due anni fa Daredevil aveva completamente scardinato, sorprendendoci, ma creandone a sua volta di propri. Dove Jessica Jones e Luke Cage si erano mossi nella scia del predecessore ponendo comunque una loro forte identità personale, Iron Fist incontra qualche difficoltà, rivelandosi il meno riuscito dei prodotti del Marvel Netflix Universe.

Danny Rand (Finn Jones) torna dopo 15 anni a New York. Sopravvissuto a un incidente aereo nel quale ha perso i propri genitori, è stato raccolto e addestrato da un gruppo di monaci. Tra le vette dell’Himalaya, nascosto agli occhi del mondo che lo credeva morto, è diventato l’Iron Fist, colui che è chiamato a difendere K’un-Lun e a combattere la Mano. Tornato a casa riprende, dopo una confusione iniziale, le redini dell’azienda di famiglia, essendone l’azionista di maggioranza. Il suo idealismo lo mette contro il resto del consiglio, nel quale spiccano Ward e Joy Meachum (Tom Pelphrey e Jessica Stroup).

Come Matt Murdock, ma in modo meno netto, anche Danny Rand divide la propria attività di vigilante gestendo in modo più scoperto le politiche aziendali e al tempo stesso combattendo di nascosto i legami illeciti. Di qui il collegamento con la Mano, con vecchi e nuovi nemici, con un desiderio di vendetta mai completamente confessato a se stesso, con la necessità di capire davvero cosa vuol dire essere l’Iron Fist. Lo aiutano Colleen Wing (Jessica Henwick) e l’immancabile Claire Temple (Rosario Dawson).

Se l’accoglienza negativa riservata ai primi episodi dello show non è un mistero, al tempo stesso precisiamo subito che il secondo blocco di episodi si rivela decisamente migliore. Entriamo nel vivo della storia, i personaggi affrontano – vedremo come – conflitti personali, non mancano le rivelazioni, l’azione è più presente. Il malsano rapporto tra i Meachum – c’è anche il padre Harold (David Wenham) – assume dei contorni più interessanti. Senza entrare in dettagli, il percorso di Ward non è affatto scontato, e la sua evoluzione nel corso delle 13 puntate è forse la più interessante. Harold conserva una generale piattezza, ma riesce a costruire qualche momento inquietante.

Decisamente di altra pasta il personaggio di Madame Gao (Wai Ching Ho), ultima ancora in attività nel cerchio di villain della prima stagione di Daredevil. Non dovendo ridurre tutto ad uno scontro fisico, Iron Fist può giocare con un villain così diverso, scolpito nel fascino di una crudeltà quasi impalpabile, quasi indifferente. Così come funziona molto bene, più nella prima parte che nella seconda, Colleen. I suoi combattimenti nell’arena sono alla fine tra i più soddisfacenti della stagione.

Per il resto, dati anche alcuni elementi di trama simili, si può tracciare un paragone tra questo Iron Fist e Doctor Strange. Entrambi sono le ultime e derivative incarnazioni di un “momento seriale” che se non delude nemmeno sorprende. Che ricalca stilemi, rapporti, risposte emotive per giungere al medesimo risultato. Che soffoca ogni slancio di personalità per favorire la premonizione dello spettatore. Con la differenza che per Iron Fist ciò significa anche inseguire una struttura densa e corposa da tredici episodi da circa un’ora non adeguatamente sostenuta da personaggi e intreccio.

Trascorriamo tanto tempo con Danny Rand, eppure alla fine sappiamo ben poco di lui. Flashback sporadici ci raccontano poco sul suo addestramento, non è chiara la missione dell’Iron Fist, né cosa voglia in effetti questo personaggio. Che afferma di reprimere ogni istinto eppure è spesso preda della rabbia, che non si tira mai indietro anche se gli viene rinfacciato di essere fuggito dalle sue responsabilità. E tutto dalle caratterizzazioni ai dialoghi è vago, generico, astratto, modellato sul classico bisogno di capire chi veramente si è, imparando a perdonare i carnefici senza lasciarsi consumare dalla rabbia. E ogni tradimento, ogni reazione, ogni scoperta sembra non essere mai vissuta appieno, ma come strumento di una storia che, per vari canali, dovrà comunque andare avanti, porre certi conflitti e dei sentimenti dei quali dovremo fidarci perché pronunciati per bocca dei protagonisti.

La mancanza di identità era un problema rilevato anche nel commento ai primi episodi, e poco cambia. Con tutte le loro mancanze (storyline riempitive, troppi episodi, cadute di ritmo) Jessica Jones e Luke Cage hanno un cuore tematico e un’identità che potranno piacere oppure no, ma che sono il motore e il collante della storia. In mancanza di questo, gli snodi narrativi che vedono convergere tramite coincidenze fortissime più personaggi sono troppo scoperti. Emblematica la vicenda di Bakuto, ma anche l’apparizione estemporanea di Davos – personaggio sul quale si doveva dire qualcosa di più – utile fondamentalmente a impostare il cliffhanger per eventi futuri, peraltro poco giustificato.

Riflessioni sparse:

  • La serie ovviamente si svolge nel MCU, e come al solito i riferimenti arrivano con il contagocce e sempre suggeriti. Ecco così che qualcuno parla di una battaglia in città e di un “incredibile tipo verde”.
  • Comunque, per tutti i collegamenti e riferimenti ai fumetti, vi rimandiamo agli ottimi commenti su BadComics.
  • Un giorno scopriremo che il superpotere di Claire è quello di incontrare per caso gente con i superpoteri.
  • Ogni volta che un personaggio risorge perde qualcosa della propria umanità. Questa informazione forse ci tornerà utile in futuro.
  • Il prossimo appuntamento con il Marvel Netflix Universe è Defenders, la serie che unirà tutti gli eroi visti finora contro una minaccia comune. Per la prima volta non avremo 13 episodi, ma 8, una scelta che permetterà di concentrare la qualità.