L’idea di intrappolare i protagonisti per un episodio speciale all’interno di qualche fantasia o allucinazione è un classico riproposto più volte. Qualcuno si sveglia in un luogo che non riconosce, capisce che c’è qualcosa che non va, cerca di far capire la verità anche agli altri, alla fine tutto ritorna alla normalità. Legion quella condizione di sogno allucinato l’ha vissuta fin dal primo momento del primo episodio, quindi poco aggiungerebbe, a livello estetico o sperimentale, l’idea di incentrare una puntata su una svolta di questo tipo. Allora meglio sarebbe lavorare sul condizionamento dei personaggi, approfondirne le caratteristiche, offrire un punto di vista diverso, e magari dare qualche indizio in più sulla storia.

Non si può dire che Chapter 6 riesca in tutto questo, ma è più un senso di abitudine a farci dire così, piuttosto che una reale valutazione sull’episodio, allucinato come al solito. Qui abbiamo una sequenza di danza liberatoria di Lenny sulle note di Feelin’ Good, insetti che escono dalle torte, memorie di traumi del passato, palombari – o forse “eternauti” – che viaggiano tra piani astrali. Il solito campionario di assurdità a cui Legion ci ha abituati. Eppure è piacevole, una volta smesso di attendere una svolta classica per lo show, perdersi in questi momenti assurdi e spiazzanti, aspettare ciò che verrà, tra sogni e desideri.

Se Legion aspira a una dimensione di mistero la riserva solo per sé, per la propria essenza più nascosta, riducendo qui tutti i personaggi che potevano conservare un barlume di autorità nei primi episodi a pupazzi nelle mani di qualcuno più forte. Il trauma infantile di Ptonomy sembra uscito fuori da un momento di Eternal Sunshine of the Spotless Mind.

Melanie è impotente di fronte a ciò che accade, come vediamo nel momento in cui ci offre forse l’unica prospettiva esterna sugli eventi (una specie di momento al super rallenty in cui tutto si è congelato). David stesso torna all’idea di abbandono, la stessa che in qualche modo accomuna tutti questi figli spauriti dimenticati dai loro affetti. Singolare la caratterizzazione di Amy, carnefice in almeno tre momenti definiti, come se fosse uno strumento del condizionamento degli altri.

In una serie che gioca sulle molte identità che convivono nella mente di David, stiamo poi perdendo il conto dei diversi modi di raffigurare il personaggio di Lenny. La parte del leone tocca quindi a Aubrey Plaza, che sembra spassarsela nei panni di una delle tante incarnazioni del parassita nella mente di David, quella che al momento ha il controllo e si diverte a torturare i prigionieri. Per adesso, meglio costruire l’ennesimo sottofondo inoffensivo in cui affogare tutti i pensieri tristi: dalle palline da ping pong ai grilli.

A due episodi dalla conclusione, già rinnovato per una seconda stagione, Legion, così simile per certi versi a Mr. Robot, manca ancora di quel cuore emotivo e tematico che potrebbe davvero elevarlo a grandissima proposta televisiva. Rimane la (fredda?) consapevolezza di trovarsi di fronte a qualcosa dallo stile molto ricercato e visivamente sempre gratificante. Non è poco.