“Genialmitico! Non ho la minima idea di quello che sta succedendo” (Homer Simpson)

Nella prima scena di Coma, secondo episodio della seconda stagione di Twin Peaks, Dale e Albert si trovano a far colazione al Northern Hotel. Dietro di loro, inutile ma impossibile da non notare, un quartetto di cantanti vestiti con colori sgargianti. Si tratta di una delle molte volte in cui l’albergo viene utilizzato, senza cenni particolari, senza importanza nella trama, come luogo di convention di personaggi che si fanno notare (cheerleader, nativi americani, bande musicali appunto), come mera caratterizzazione dell’ambiente.

La scrittura di Twin Peaks, e il cinema di David Lynch potremmo dire, giocano sul fascino di ciò che è superfluo, ma sopra le righe. Su una visione che aggiunge fascinazione tramite queste sovrastrutture di immagini e simboli non sempre chiari che, contrariamente alla classica pistola di Cechov, non hanno bisogno di trovare un senso narrativo per potersi giustificare. Sarà il caso, più o meno, di una scena che arriva poco dopo, e che vede Donna sostituire Laura nella consegna di pasti a domicilio. In questo modo la giovane finisce a casa della signora Tremond, dove ha un incontro inquietante dal significato indecifrabile con la donna e con il nipote Pierre, interpretato dal figlio di David Lynch.

In realtà il momento, in puro stile lynchano, avrà un seguito e una giustificazione nell’approfondimento della mitologia dello show. Possiamo già anticipare, affidandoci agli indizi rivelati dal prequel Fuoco cammina con me, come le due figure siano in realtà l’ennesima manifestazione umana nel mondo reale degli spiriti della Loggia. La stessa crema di mais su cui gioca tutto il segmento ritorna in una diversa veste e con un diverso nome, forse come vera giustificazione dell’agire profondo degli spiriti del bene e del male. Ma ci torneremo al momento opportuno.

Ancora una volta diretto da David Lynch, l’episodio gioca con ironia con le aspettative degli spettatori, che per l’ennesima volta sentono di essere vicini alla verità e alla scoperta cruciale. Mentre Ronette, uscita dal coma, aspetta di rivelare il nome del terzo uomo, Cooper e Truman cercano di sistemare l’altezza degli sgabelli vicino al letto. Quando la rivelazione arriva, siamo un po’ delusi: il terzo uomo è Bob. Non è l’unico momento di ironia in un episodio che, come al solito, trova anche il modo di inserire le schermaglie amorose tra Lucy e Andy, ma che, dopo pochi minuti, può giocare su immagini di terrore puro.

In due episodi si imposta, con due scene simili per costruzione, per quanto la seconda più brutale, l’idea di Maddy come vittima prescelta di Bob, che si fa strada tra i mobili del salotto in un’inquadratura statica e che non lascia scampo tanto a lei quanto allo spettatore. Bob, il demone, è raramente o quasi mai elemento oggettivo della narrazione, ma la grande intuizione è quello di filtrarlo in ogni apparizione attraverso l’orrore della vittima con cui coincide il punto di vista. Bob guarda sempre in macchina, attraverso gli occhi della persona e direttamente verso lo spettatore. Il senso di inesorabilità e l’impossibilità di fuggire sono le armi con cui incute terrore.

Abbiamo citato in passato Stephen King con il suo It. Ora possiamo fare riferimento a una definizione di Randall Flagg contenuta in L’ombra dello scorpione, in cui la nemesi kinghiana per eccellenza viene definita: “L’ombra dello scorpione di giorno e del gufo di notte”. Ecco, il gufo che torna ancora come definizione e simbolo del male. I gufi non sono quello che sembrano, ma cosa sono allora? Sono le manifestazioni del male, o semplici messaggeri che conoscono la via tra i mondi? Il colonnello Briggs si presenta nella stanza di Cooper e lo informa di aver ricevuto, tramite una divisione che monitora messaggi da altri mondi, lo stesso messaggio. La sagoma sfocata di Bob si avvicina verso di noi.