Accostarsi con spirito critico all’episodio finale di una serie come Broadchurch implica una triplice analisi: una strettamente legata alla puntata in sé, una ascrivibile all’arco dell’intera stagione, e una ancora più ampia, che inserisce l’episodio come anello di chiusura di un percorso iniziato quattro anni fa sulle maestose scogliere del Dorset e conclusosi ora, in un mirabile cerchio, proprio dinnanzi alle stesse rocce che testimoniarono la fine della giovane vita di Danny Latimer.

Tutto finisce – narrativamente parlando – dove tutto iniziò. Proprio il collegamento visivo con la location dell’ultimo scambio tra i protagonisti Miller (Olivia Colman) e Hardy (David Tennant) ci riporta alla prima analisi dovuta a questo ottavo episodio, che può destare qualche perplessità. L’identità dello stupratore di Trish viene infine svelata e, sebbene la colpa ricada su un personaggio finora rimasto defilato, destando un certo stupore nello spettatore, l’impressione è che né il pubblico disponesse di sufficienti indizi per poter ipotizzare tale soluzione, né che l’importanza del suddetto personaggio all’interno della storia conferisca alla scoperta l’incisività drammatica auspicata, forse, dall’autore Chris Chibnall.

Non è tanto il “chi” quanto il “come”, probabilmente, a colpire il pubblico, delineando lo stupro di Trish come un rito iniziatico imposto da una mente malata complice e prima responsabile della violenza, attraverso una lucida pianificazione. Così arriviamo alla seconda analisi, dovendoci interrogare sul valore di questa chiosa a coronamento della storia di Trish e delle altre donne stuprate. Laddove si potrebbe accusare Broadchurch di aver ingannato il proprio pubblico, tirando fuori dal cilindro un colpevole finora mai preso seriamente in considerazione e totalmente privo – in aperto contrasto con quanto avvenuto per Joe Miller nella prima stagione – di un valido movente sentimentale nei confronti della vittima, occorre però notare come l’indagine risulti subordinata alle ben più rilevante osservazione del machismo becero come causa scatenante di ogni forma di violenza sessuale, da quella fisica a quella verbale.

Gli stupri sono infatti l’evidente punta di un iceberg che Broadchurch si è presa il compito di far emergere in tutto il suo gigantesco orrore, una pianta malata che affonda le proprie radici nel terreno contaminato dal pregiudizio della presunta supremazia maschile, con conseguenze disastrose non solo per le donne, ma anche per gli uomini, ingabbiati nella prigione di un ruolo sessuale che li costringe – come succede a Michael Lucas – a perpetrare, anche se non convinti, soprusi volti a rivendicare una virilità paradossalmente negata dall’atto stesso della violenza. “Gli uomini non sono questo,” così Hardy tenta di confortare le lacrime di Miller dopo la sconcertante, orgogliosa confessione di Leo, e ci tocca nel profondo l’immeritata vergogna palesata dal detective, paladino schivo, eroe discreto e quantomai necessario riscatto della figura del maschio in questa terza stagione.

Ma cosa ci lascia, in ultima analisi, questo finale? Saremmo insinceri dichiarando di essere rimasti del tutto soddisfatti dall’excipit della serie ITV, poiché smentiremmo in primis quello che è l’intento dello show: concludersi senza eclatanti cesure, lasciando nello spettatore un senso di sospensione, aprendo la porta a infinite possibilità che, purtroppo, stando a quanto dichiarato dal creatore Chris Chibnall, resteranno inesplorate. Nulla sappiamo del futuro di Mark Latimer, se non che sarà probabilmente lontano da Beth, a seguito di un congedo che ha messo ancora una volta in luce il talento superbo di Jodie Whittaker e Andrew Buchan; quel che sappiamo del futuro del reverendo Coates e di Maggie non ci fa troppo ben sperare – la decisione di aprire un canale su YouTube suscita un involontario sorriso nello spettatore – e poco possiamo immaginare del futuro di Trish, anche se il riavvicinamento dell’ex marito Ian lascia presagire una distensione a lungo ricercata da ambo le parti.

Ma sono, sempre e comunque, Miller e Hardy a catalizzare su di loro la nostra attenzione, in un ultimo dialogo presso il lungomare, alle spalle la scogliera scaldata da un sole mai stato tanto acceso. Al futuro del loro rapporto, cementato dalla fiducia e dalla reciproca stima, viene – per ora – negata un’evoluzione romantica, lasciata intravedere dal timido invito di Ellie a uscire insieme per una poco impegnativa bevuta al pub. I molti delusi dovranno far pace con l’idea che Broadchurch abbia da sempre evitato il cliché della love story tra colleghi, a dispetto di un affiatamento e di una chimica da subito dimostrata, sebbene tra molti contrasti e divergenze in termini di approccio alla professione; e col coraggio più volte dimostrato nel corso delle sue tre stagioni, la serie si astiene da un lieto fine a tinte rosa, preferendogli il ben più realistico “a domani, Miller”, nel segno di una quotidianità potenzialmente foriera di tutto e di niente. Un domani che non vedremo, e ci duole un po’ congedarci così da due personaggi che abbiamo imparato ad amare in ogni sfaccettatura; resteranno però per sempre impressi nelle nostre menti, grazie alle incarnazioni sublimi di Olivia Colman e David Tennant, seduti su quella panchina, fermi sul ciglio di un destino che non conosceremo mai.

Broadchurch