The Ninth Seat è un episodio con un buon equilibrio tra politica e cospirazione, ma non per questo significa che abbia davvero la capacità di centrare il bersaglio e contribuire a tenere lo spettatore incollato  – metaforicamente parlando – alla poltrona ed il motivo lo avevamo già in parte spiegato nelle recensioni dei precedenti episodi. Con la morte di MacLeish e consorte e quella successiva di Brooke Mathison, gli autori hanno sicuramente ottenuto un notevole effetto sorpresa, lasciando gli spettatori a domandarsi chi sia la vera mente dietro questa misteriosa e radicata cospirazione contro il governo americano, ma siccome serie come Designated Survivor hanno bisogno di un volto per rappresentare l’antagonista del protagonista, si sono poi trovati nella necessità di porre rimedio a tale mancanza e la soluzione trovata è probabilmente meno sorprendente di quanto il pubblico si aspettasse o desiderasse, facendoci quindi arrivare alla conclusione che eliminare dalla narrativa dello show personaggi così importanti in così breve tempo potrebbe forse essere stato un azzardo.
Mentre infatti  Hannah e Jason continuano ad indagare in North Dakota, arrivano in un piccolo paese che pullula di strani soggetti poco inclini alla condivisione, che pagano i loro conti solo in contanti e che non amano gli sconosciuti: insomma il perfetto identikit del bravo cospiratore. Seguendo le sospette mosse di questo gruppo di persone i due finiscono per scoprire che Nestor Lozano è vivo e vegeto, gode di ottima salute ed evidentemente è il nuovo “nemico designato“, se ci concedete il gioco di parole. La rivelazione, che dovrebbe lasciare lo spettatore a bocca aperta, ha in realtà un effetto decisamente meno sorprendente e non tanto per il fatto che non sia plausibile, ma perché di questo personaggio sappiamo davvero troppo poco per sentire l’impellente senso di minaccia.
Qualche spettatore particolarmente distratto potrebbe persino aver dimenticato chi sia questa pedina del gioco che, si suppone, sia uno dei capi di questa cospirazione e noi siamo qui a ricordarvelo: Lozano, nome in codice Catalan, era stato un ex commilitone di Peter MacLeish, nonché ex operativo della CIA, responsabile, con Peter, del massacro di molti civili innocenti in Afghanistan. Catalan non solo ha incastrato Majid Nassar, facendo cadere su di lui la responsabilità dell’esplosione che ha distrutto il Campidoglio, ma lo ha anche ucciso, una volta arrestato, riuscendo ad introdursi nella sua cella. Durante l’investitura di Peter MacLeish come vice-presidente, poi, Lozano spara al Presidente e viene infine dato per morto quando MacLeish stesso, nei panni del Presidente ad interim, dà l’ordine all’FBI di ucciderlo.
Il fatto che sia proprio quest personaggio a tornare in auge ha quindi sicuramente una logica, ma – in un certo senso – essendo qualcuno che ha sempre agito nell’ombra, è difficile rapportarsi a lui, rendendo la rivelazione finale dell’episodio probabilmente meno efficace di quanto avrebbe dovuto. Considerato poi il genere di operazione che era stata messa in piedi per dare la caccia all’attentatore di Kirkman, gli autori dovranno riuscire a spiegare in maniera convincente come sia possibile che nessuno abbia verificato che Lozano fosse davvero stato ucciso.

Nell’episodio torna anche il personaggio interpretato da Rob Morrow, il giornalista di inchiesta Abe Leonard, che ha trovato un nuovo datore di lavoro e questa volta sembra intenzionato a mostrare al mondo che il Governo sa molto più di quello che non dica in merito all’attentato che ha colpito al cuore il paese, ma più che interessato a scoprire la verità, il giornalista sembra desideroso di cogliere Kirkman e la sua amministrazione in fallo, rischiando di compromettere la già delicata e difficile indagine di Hannah.

Per quanto concerne invece l’aspetto politico della puntata, Tom Kirkman si trova questa volta a dover risolvere il problema di ridare al paese un Corte Suprema funzionante e rimasta solo con 8 giudici, dopo l’attentato che lo ha reso presidente. Nonostante i due partiti di opposizione abbiano dichiarato di voler collaborare per il bene della nazione, nulla è come appare e le persone chiamate a risolvere questo problema sembrano più interessate a farsi la guerra per la scelta e la nomina del nono giudice mancante che aiutare Kirkman. Grazie all’intervento di una vecchia amica, tuttavia, il Presidente riuscirà a risolvere la situazione facendo una scoperta che metterà tutti d’accordo e rendendosi conto che la Costituzione gli permette di non decidere e di rendere comunque operativa la Corte Suprema anche con i solo 8 giudici rimasti.
A soli due episodi dal finale di questa prima stagione, pur avendo cominciato a scoprire le sue carte, Designated Survivor soffre ancora nello scrollarsi di dosso quell’atmosfera da The West Wing quando affronta temi politici e fatica nel trovare un’identità ben definita, ma ciò che resta di questa stagione potrebbe dare la svolta che serve alla serie per prendere definitivamente posizione e catturare di nuovo l’interesse incondizionato del pubblico.