È interessante notare come, a firmare la regia di quello che è forse l’episodio più tragico finora visto in Feud, sia Helen Hunt: attrice anch’ella come le protagoniste Joan Crawford e Bette Davis, e come loro vincitrice dell’Oscar. Lo sguardo di un’interprete ben si sposa con i dialoghi al vetriolo proposti dalla puntata, che sottolinea senza possibilità d’equivoco l’ormai insanabile frattura tra due colleghe convinte che il microcosmo hollywoodiano sia troppo piccolo per contenerle entrambe; la climax drammatica di Abandoned! culmina in un botta e risposta tra le due donne, durante la travagliata lavorazione di Piano, piano, dolce Carlotta, in cui un’esasperata Joan investe verbalmente la rivale con la forza deflagrante di una bomba; di lì a poco, la reciproca ammissione d’aver goduto nell’essere state considerate, rispettivamente, la più bella o la più talentuosa ragazza di Hollywood, ma al contempo di non essere riuscite a trovare, in quel primato, effettiva soddisfazione, precipitando in un vortice d’invidia che tuttora le corrode.

Bellezza, talento, non bastano a una donna. Nulla è mai abbastanza, quando nasci coi cromosomi sbagliati, quando appartieni a quel sesso debole da nessuno davvero considerato, eppure da chiunque bersagliato. Bette e Joan s’invidiano reciprocamente virtù che, per l’una come per l’altra, non riescono a lenire le loro insicurezze. Le carenze avvertite in campo estetico e attoriale le pongono l’una contro l’altra in una battaglia per la supremazia che, ai nostri occhi può apparire inspiegabile, non fosse altro perché entrambe, a dispetto dell’immagine che gli studios ne avevano creato, brillavano sia per fascino che bravura.

Ma nell’insensata guerra che hanno portato avanti nel corso dei decenni e, televisivamente parlando, in queste sette mirabili puntate, la ragione e il torto sono venti che cambiano direzione di settimana in settimana; se la terrificante notte degli Oscar del ’63 ci aveva portati tutti dalla parte di Bette, annichilita dalla sconfitta architettata dalla collega, stavolta la nostra empatia è calamitata dal triste trattamento riservato a Joan, snobbata da Aldrich e mortificata sul set dalla rivale. Sappiamo, come afferma una lapidaria Mamacita mentre abbandona l’attrice in lacrime nella corsia della clinica, che tutto ciò che è accaduto alla donna è la diretta conseguenza delle sue azioni avvelenate da un’insana competitività, ma ciò non stempera più di tanto il nostro dolore.

In fondo, ciò che Abandoned! si propone di raccontare è come la rovina di una donna, Joan Crawford, sia figlia dei suoi radicati complessi, germogliati in un sistema marcio in cui, superata una soglia d’età, la battaglia per la sopravvivenza diviene impietosa e a tratti malvagia. Come afferma Olivia De Havilland nella splendida chiusura di puntata, ciò che distrusse la carriera di Joan fu il tempo, null’altro. Nel suo ricco affresco biografico, Ryan Murphy sembra voler sdoganare a ragione il ripugnante cliché che mandò alla deriva la vita di un’artista, affermando con il coraggio di chi sa di combattere una guerra sacrosanta che sì, a Hollywood – e nella nuova Hollywood che è il mondo della sua televisione – c’è molto, moltissimo spazio per il talento, a qualsiasi fascia anagrafica o sesso appartenga. È il più grande e importante messaggio che Feud potesse sperare di dare, e qualsiasi sia la sua conclusione la prossima settimana, sappiamo che il suo memento sul rischio di armarsi contro il nemico sbagliato, sulle insidie di scegliere la rivalità piuttosto che la solidarietà, ci mancherà molto.