Quanto c’è di Lena Dunham in Hannah Horvath, e quanto di Hannah Horvath in Lena Dunham? Tra alti e bassi, brusche cadute e faticose risalite, Girls ha corteggiato questa domanda per sei stagioni sulla HBO. E anche adesso che il progetto televisivo affidato, all’epoca, ad una 28enne dalla più prestigiosa emittente via cavo degli Stati Uniti è giunto al termine, sentiamo di non essere del tutto padroni di una risposta soddisfacente. Girls è stato anche questo, l’idea – generazionale, e valida per ogni generazione – di poter inseguire una destinazione, un obiettivo, semplicemente una risposta, senza mai raggiungerla, ma traendo da quella spinta la forza per mettere radici nel mondo, mentre i rami crescono verso le direzioni più impensabili.

Non c’è una vera chiusura, e non è un caso che l’episodio più conclusivo sia il nono, il penultimo della stagione. Al decimo spetta il ruolo di epilogo, un piccolo sguardo dietro le quinte di un personaggio che è rimasto uguale al se stesso degli esordi, eppure ha sempre meno a che fare con quella persona. Questa sesta stagione è stata un’annata di ricadute e ripensamenti, e raramente la maturità e le scelte più logiche hanno motivato le azioni dei personaggi, di Hannah come delle altre tre del gruppo.

Si è iniziato con All I Ever Wanted, un episodio interamente dedicato alla protagonista, inviata in un club di surfisti dal quale dovrà uscire con un pezzo. Da questa premessa alla “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace la Dunham si distacca progressivamente per ritornare ai suoi temi storici, alla sua protagonista storica. Girls non come sguardo critico sulla società e sulle sue idiosincrasie, ma come specchio di alcune persone che criticano, si lamentano, sbagliano, crollano, piccoli esempi di vita. Hannah ha iniziato il suo percorso a New York con la pretesa di diventare la voce di una generazione. Non ci è riuscita – per quanto le soddisfazioni non sono mancate – ma forse è riuscita a diventare davvero la voce di se stessa.

Altro esempio nel “bottle episode” American Bitch, nel quale Hannah è impegnata in una conversazione interessante e ricca di spunti con uno scrittore (Matthew Rhys) accusato di molestie. Dopo parecchi scambi tutto ancora una volta si riduce ad un semplice momento di reazione di un personaggio, e si potrà essere d’accordo o meno con una delle due parti, o affermare che la Dunham abbia voluto schierarsi in modo troppo netto un dibattito che fino a quel momento era stato raccontato in modo neutrale. Ma ciò che risalta è sempre la risposta emotiva di Hannah, come persona, come individuo. In quel momento forse siamo noi a caricare su di lei quella stessa definizione di “voce di una generazione”.

Forse tanto la Dunham quanto la sua creatura sono arrivate a rifiutare quella connotazione, e allora ci si trova a seguire un semplice punto di vista. Ci saranno anche le storie, poco interessanti in verità, di Marnie, Jessa e Shoshanna. E Adam, naturalmente, con un momento di confusione e confronto tra lui e Hannah che sà di ritorno a un passato ormai perduto. E non è detto che sia stato un male. A quel punto Latching, series finale, può risultare straniante per ritmo e contenuti, ma in fondo è la coerente conclusione di una storia che non si conclude. Un racconto che può solo permettersi il lusso di passare su un piano ulteriore, in cui l’immaturità di un tempo, ormai superata, diventa il motore per affrontare le nuove sfide.