Designated Survivor giunge alla fine della corsa della prima stagione – la serie è stata rinnovata dalla ABC ed il prossimo anno verrà trasmessa nello stesso slot – con un episodio tutto sommato efficace, ma che sottolinea anche quello che è stato il difetto principale dello show, probabilmente dovuto anche ad un continuo cambio di showrunner che non deve aver contribuito a mantenere una trama univoca in questi 21 episodi. Quello che nel dodicesimo episodio, con la morte di Peter MacLeish, era stato infatti un sorprendente colpo di scena, nel prosieguo della stagione si è rivelata essere una sorta di condanna, con l’incapacità degli autori di creare un antagonista efficace e con i cattivi che cambiavano continuamente volto. Sebbene comprendiamo come lo scopo finale fosse quello di sottolineare come l’amministrazione di questo nuovo governo versasse fondamentalmente nel caos, incapace di comprendere cosa davvero ci fosse sotto la superficie dell’attentato che hanno portato quasi ad un colpo di stato, questa scelta narrativa ha finito – a nostro avviso e a lungo andare – per rivelarsi controproducente.

L’ultimo episodio riprende esattamente da dove ci aveva lasciati il precedente, con Hannah che si risveglia in un pulmino imbottito di esplosivo all’interno del garage dell’Hoover Building. Ovviamente, l’incontrastata eroina d’azione della serie, riuscirà a uscire anche da questa spinosa situazione ed a salvare centinaia di vite portando lontano la bomba e facendola esplodere nel bacino idrico adiacente al Monumento di Washington. Tutto questo non spiega però perché i “cattivi” l’abbiano lasciata viva, se non per un breve accenno al fatto che qualcuno sembra aver lasciato nel suo appartamento le planimetrie dell’FBI per far credere che lei fosse coinvolta nell’attentato. Se davvero Hannah fosse morta, tuttavia – considerata la missione assegnatale dal Presidente – nessuno avrebbe davvero creduto in un suo coinvolgimento, nessuno, quanto meno, tra le persone che davvero contano. Per contro, se l’agente fosse stata uccisa quando davvero Lozano avrebbe potuto farlo, niente di tutto quello che accade dopo sarebbe successo: non sarebbe stata rivelata l’identità della talpa all’interno della Casa Bianca e Lozano non sarebbe morto per sua mano, di conseguenza sorge spontanea la domanda su  quale fosse il vero intento degli autori.

Il relazionarsi del pubblico con i personaggi di una serie è uno dei punti di forza per uno show  di successo, per quanto quindi gli autori abbiano fatto un ottimo lavoro nel definire i protagonisti che gravitano intorno al Tom Kirkman, oltre ovviamente al Presidente stesso, i cattivi della storia restano il vero punto debole. Per quanto la caccia all’uomo a Lozano e la posizione di Patrick Lloyd come leader indiscusso della cospirazione siano punti interessanti di questo finale, non c’è comunque abbastanza pathos e questo perché non vi è connessione emotiva tra questi personaggi ed il pubblico e ancora meno ce n’è nei confronti di un uomo chiave come Jay Whitaker, del quale non sappiamo sostanzialmente nulla.

Designated Survivor, in conclusione, ha dimostrato per ora di avere le carte in regola per saper intrattenere, ma non eccellere: l’accalorato e sentito discorso di Tom Kirkman di fronte alle Camere riunite e lo stesso cliffhanger con cui la serie si conclude, quando il Presidente viene informato che prima di morire Lozano ha esposto la sicurezza del paese fornendo a Patrick Lloyd una serie di informazioni top secret da rivendere al miglior offerente, sono scelte narrative convincenti, ma hanno un che di costruito, un po’ come il discorso esageratamente stucchevole di Kirkman. Ancora una volta l’intento è evidente: Tom è visto come l’ideale leader che finalmente riesce a fare il suo lavoro senza dover sottostare ai ricatti di diverse forze politiche, l’uomo che trova il modo di convincere un esperto giornalista a non pubblicare la storia più esplosiva della sua carriera per il semplice fatto che lo guarda negli occhi e lo prega di non farlo, ma tra idealismo e macchiettistico il passo è veramente molto breve. Per quanto severi possiamo sembrare nei nostri giudizi, il punto è che questa serie ha le carte in tavola per fare meglio e noi ci auguriamo che avere una writer room più stabile il prossimo anno, aiuti Designated Survivor a fare le modifiche necessarie ad essere il genere di show che davvero riesce a tenere il pubblico incollato alla poltrona, anche se le storie che decideranno di raccontare potranno apparire esagerate e sopra le righe. Noi siamo convinti che il margine per il miglioramento ci sia e speriamo, ora che la posizione di Patrick Lloyd è stata definita, che nella seconda stagione avremo un antagonista degno di Tom Kirkamn.