Nel classico della comicità americana It’s a Mad, Mad, Mad, Mad World (Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo) un gruppo di strambi personaggi ingaggia una corsa contro il tempo per raggiungere un luogo nel quale – sotto una gigantesca W – sarebbero nascosti un sacco di soldi. Il film è molto lungo, e dopo non molto tempo ci si dimentica della motivazione generale e ci si gode semplicemente ciò che succede. E così fanno i personaggi. La W è il segno, il tesoro è il simbolo, ma il significato è tutto ciò che lo precede. It‘s a Matt, Matt, Matt, Matt World abbraccia nel riferimento alla base del titolo una tesi del genere, non estranea a quanto The Leftovers ha narrato o suggerito fino ad ora.

Il reverendo Matt, insieme a Laurie, John e Michael, deve raggiungere Kevin prima della fine del mondo. Perché di questo si tratta ormai, nel momento in cui mancano pochi giorni al settimo anniversario dell’Evento. Non sappiamo cosa accadrà, ma un senso opprimente di apocalisse e momento di rottura si espande in tutto il mondo. A scatenarlo, o ad esserne causato, in un rapporto di reciprocità che, come tutto il resto, non ci dà risposte, è un’esplosione nucleare. Una surreale intro, creativa e grottesca nel pieno stile della serie, innesca l’evento che genera dirette conseguenze sui protagonisti. Voli cancellati, impossibile arrivare a Melbourne.

In questo frangente così disperato, convinti della necessità di raggiungere il Salvatore 2.0, Matt e gli altri si mettono in viaggio, come dei novelli Re Magi. Trovano un trasporto su una nave, sulla quale si svolge la quasi totalità dell’episodio. Qui, tra un personaggio di nome David Burton che sostiene la propria natura divina, e uno strano culto legato alla sessualità e ad un leone, le convinzioni di Matt si incagliano come una nave sugli scogli. In quello che può essere considerato il capitolo conclusivo della straordinaria trilogia televisiva degli episodi Matt-centrici, il reverendo incontra finalmente Dio.

Ma qui è la domanda, David Burton è veramente Dio? Lo abbiamo incontrato più volte in passato, o abbiamo sentito parlare di lui. Per certi versi era il motore delle azioni di Kevin in International Assassin, e tornava ancora in I Live Here Now. Ma era anche il destinatario di una lettera recapitata a Michael nella seconda stagione, e veniva nominato come l’uomo tratto in salvo da una grotta in Australia dopo una caduta rovinosa (sosteneva di essere stato in un hotel). Quindi David Burton potrebbe essere Dio, oppure un uomo che ha avuto un’esperienza simile a quella di Kevin ma ne è stato travolto. In ogni caso, non è importante.

Non lo è perché, come vediamo al momento del confronto diretto tra David e Matt, è su quest’ultimo che l’attenzione è concentrata. Matt inizia la discussione con pieno scetticismo, convinto che il Messia si trovi in un altro posto, e la conclude riferendosi alla persona che ha di fronte come se fosse davvero Dio. Two Boats and an Helicopter nella prima stagione e No Room at the Inn nella seconda hanno abbracciato questa idea di fede incontrovertibile, inoppugnabile. Se “affinché il male trionfi, è sufficiente che i buoni non facciano nulla”, allora Matt è un buono. Deve esserlo, perché questo senso di sacrificio ultimo dà senso alla propria vita; dare la vita per gli altri, rinunciare all’affetto dei più cari, scommettere il tutto per tutto.

The Leftovers non dà risposte, solo sfumature. Matt è una persona egoista, egocentrica, insoddisfatta? Forse, in questa sua ossessione per la ricerca di una presenza divina nel quotidiano, si nasconde la necessità di diventare il Salvatore di se stesso. In una delle precedenti puntate veniva utilizzata Personal Jesus. Questo tema ritorna: noi costruiamo il modello della salvezza a cui vogliamo aspirare, qualcosa che assomiglia molto alla ricerca della felicità. Forse qualcosa che si può trovare lontano dalla terraferma, in un non-luogo come è la nave dei folli. Tra costumi corrotti e simbologie varie, qualcosa a metà fra un film di Fellini e l’Arca di Noè, Matt può forse liberarsi, smettere di cercare un Messia su misura e provare a trovare il suo amico.

L’episodio si apre con una sorta di preghiera in francese, qualcosa che troverà un senso negli eventi che si consumano di lì a breve, sulle note di Je n’peux pas rentrer chez moi (Non posso tornare a casa mia) di Charles Aznavour. Il 1972, lo stesso anno del famoso numero di National Geographic che fa spesso capolino nella serie, si collega all’anno in cui si svolse la storia del leone a cui effettivamente si ispira quel segmento dell’episodio.