Sin dal suo esordio sul piccolo schermo, American Gods sembra aver portato con sé una coraggiosa voglia di sovvertire gli schermi tradizionali della narrazione seriale, ricusando un precipitoso affastellamento di eventi in favore di una più calma e ponderata costruzione di caratteri ed atmosfere. Non fa eccezione il penultimo episodio della prima stagione, A Prayer for Mad Sweeney, impavido nel collocare, ad anticamera del finale di questa prima annata, un racconto di arrivo in America del tutto peculiare e a sé stante, incentrato sulla figura della giovane irlandese Essie McGowan (interpretata da Emily Browning, già Laura Moon) e, cosa forse più rilevante, sul passato di Mad Sweeney, approdato nel Nuovo Mondo grazie alle folkloristiche credenze residue di un gruppo di sparuti immigrati.

“In questa terra che non ha tempo per la magia, e non ha posto per le fate e i loro simili,” come il leprechaun bolla l’America, lui ed Essie hanno trovato – non senza peripezie piuttosto drammatiche – una nuova vita, una nuova casa, a fronte di uno scetticismo crescente nei confronti degli antichi dèi. Ecco quindi che American Gods compie il passo più coraggioso dalla sua partenza, concedendosi una parentesi del tutto scollegata dalla storia di Shadow Moon e Mr. Wednesday e solo raramente inframezzata da flash relativi a Laura e Mad Sweeney intenti a un road trip di coppia, a seguito della “liberazione” di Salim. Fa piacere, inoltre, constatare come la figura del leprecauno si sia via via arricchita di sfaccettature psicologiche, sia grazie alla sapiente scrittura degli autori sia grazie alla mirabile performance offerta da Pablo Schreiber. Il suo inaspettato gesto di clemenza, che ne attesta il rimorso di coscienza per la morte di Laura, lo inserisce a pieno titolo tra i personaggi più interessanti finora presentati dalla serie.

A Prayer for Mad Sweeney non è solo il più lungo racconto di arrivo nelle Americhe finora mostrato dalla serie Starz, e non si limita certo a narrare la pur intrigante vicenda biografica di Essie McGowan, chiaro omaggio alle traversie di molte eroine della letteratura inglese (su tutte le PamelaClarissa di Samuel Richardson e la Moll Flanders di Daniel Defoe). Al contrario, coglie l’occasione per raccontare, attraverso un calligrafico e ironico dramma in costume (la cui estetica rivaleggia, per ambientazioni e costumi, con i migliori esempi offerti in passato dal cinema), l’origine dell’american dream, quella ricerca di una nuova vita che, in declinazioni deliziosamente diversificate, caratterizza tutti i protagonisti di American Gods: da Shadow a Odino, da Essie a Mad Sweeney, passando per Salim e Laura, la strada verso la felicità passa sempre dalla porta d’uscita del passato verso un futuro incerto, ma necessario per il raggiungimento della piena consapevolezza di sé.

Che si consegua attraverso la guerra, come vorrebbe Odino, o attraverso la conquista dell’amore, come anelato da Laura e Salim, la felicità è un miraggio verso cui l’intero popolo della serie di Bryan Fuller e Michael Green marcia, a passo più o meno sicuro. È un percorso irto di insidie, e le cui deviazioni – come in questo caso o nella pregevole, quarta puntata dedicata interamente a Laura – non diluiscono la densità della trama, ma vi aggiungono semmai ingredienti che ne esaltano il sapore bizzarro e sempre più inconfondibile, delineandolo non come un mero adattamento del romanzo di Gaiman, ma come una felice – seppur rigorosa – variazione sui suoi temi universali, come diramazioni di un albero ben solido che può permettersi una folta ma coerente chioma.