“Believe” è la tagline ufficiale della prima stagione di American Gods, stampata a chiare lettere su molte immagini promozionali della serie Starz, assieme alla più ammiccante “OMG”, acronimo per “Oh My God”. Lo show di Bryan Fuller e Michael Green sembra aver richiesto, sin dal primo episodio, una sorta di bizzarro atto di fede al proprio pubblico, comprendente una sospensione immediata dell’incredulità e l’abbandono completo a un ritmo di narrazione fuori dal consueto. Non fa eccezione Come to Jesus, finale di stagione al contempo soddisfacente e crudele nel lasciare lo spettatore assetato e bramoso di conoscere il seguito della storia, fermo sull’orlo di una guerra che è, finalmente, dichiarata e aperta.

L’episodio si apre col consueto flashback sull’approdo, in America, di una vecchia divinità; tuttavia, stavolta il narratore è Anansi, e i destinatari del suo racconto sono sì gli spettatori, ma filtrati attraverso lo sguardo di Shadow e Mr. Wednesday, che riposano nell’atelier di Mr. Nancy in attesa degli abiti che sfoggeranno al party di Pasqua a cui s’apprestano a partecipare. Protagonista della parentesi analettica è Bilquis, la cui presenza in questa prima stagione è stata saggiamente centellinata, e la cui storia non manca di toccare corde assai profonde a livello emotivo. Tra tutti gli dèi mostrati finora, Bilquis torreggia nella sua conturbante carnalità, punita dall’uomo e spogliata della propria divinità e, in seguito, della propria dignità. Onore al merito della performance di Yetide Badaki, orchestrata tutta sulla potenza degli sguardi piuttosto che sulle sporadiche battute pronunciate dal suo personaggio.

American Gods

Negli occhi di Bilquis, senzatetto e piagata dalla malattia, che osserva la distruzione delle effigi sacre in Yemen da parte dell’Isis, c’è sì il dolore della dea oltraggiata dalla mano degli empi, ma ancor prima lo sgomento della donna vilipesa dalla mano dei maschi rabbiosi, incapaci di accettare pacificamente il potere femminile. È un grande racconto, quello che ci regala Anansi in questa puntata, e inquadra la resa di Bilquis ai nuovi dèi come comprensibile e al di sopra di qualsiasi biasimo. In fondo, il ritorno all’antico fulgore è ciò cui anelano tutte le antiche divinità presentate dalla serie; in questo senso, la rivelazione di Wednesday come Odino e la trasformazione di Easter in Ostara (caleidoscopica e fulgida Kristin Chenoweth), sebbene non siano etichettabili come colpi di scena, forniscono allo spettatore un quantitativo di meraviglia e una soddisfazione drammatica completa, consentendogli una totale identificazione con Shadow.

Proprio nei dubbi di quest’uomo “qualsiasi”, che però è “l’uomo giusto”, come Mad Sweeney confessa a Laura dopo una pittoresca tortura, risiede il cuore pulsante di American Gods: partendo da uno scetticismo radicato, aggravato dalla perdita di ogni cosa cara gli fosse rimasta, Shadow ha camminato con noi attraverso sentieri disseminati di assurdità, incontrando la moglie in putrefazione e un microcosmo di personaggi peculiari, per finire a un party popolato di svariate versioni di Gesù (tra cui spicca quello di Jeremy Davies, che ben mescola innocenza, saggezza e immancabile senso di colpa). Ha rischiato la vita più volte, è finito nell’incubo futuristico di Technical Boy, ha assistito a una nevicata che ha del miracoloso, si è imbattuto in Marilyn Monroe, Lucille Ball e Judy Garland (sagace l’omaggio, in questa puntata, al musical Ti Amavo Senza Saperlo, il cui titolo originale è Easter Parade): eppure, è solo in questo episodio finale, dinnanzi alla potenza distruttrice del fulmine di Odino e della siccità procurata da Ostara, che la sua fede sinora vacillante trova una stabilità, benché solcata dalla paura per l’imminente scontro tra vecchi e nuovi dèi.

Scevri dalla paura e al riparo nelle nostre case, ipnotizzati davanti allo schermo come Wednesday e Shadow di fronte al racconto di Anansi, non ci resta che attendere con rara impazienza l’arrivo della nuova stagione, ora che il lungo prologo è concluso e che il campo di battaglia si apre dinnanzi a noi in tutta la sua brulla, cupa potenza, forti della lezione che American Gods ci ha ricordato: viviamo in un mondo dominato da media e tecnologia, ma nulla si può contro la forza ferina e dirompente della natura.

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