Outcast 2×10, “Senti la Luce”: la recensione

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Un season finale quello di Outcast piuttosto emblematico, a partire dalla composizione stessa dell’episodio che per i primi quaranta minuti prosegue lentamente per poi nell’ultimo atto esplodere in un crescendo di scene adrenaliniche e sicuramente più interessanti rispetto al resto. Ma questo purtroppo non basta perché ancora una volta la serie creata da Robert Kirkman è riuscita a contraddistinguersi per il ritmo troppo lento e per quelle scelte prevedibili e poco coinvolgenti. La trama verso la metà della stagione sembrava stesse prendendo un piega più incisiva, quasi che potesse essere in grado di correggere tutti quei momenti troppo espliciti e banali che c’erano stati fino a quel momento a causa di una sceneggiatura poco spigliata e non trascinante. Ancora una volta ci vengono ripetute le stesse cose, così come quando all’inizio dell’episodio il reverendo Anderson spiega al suo “gregge” cos’è il bene e cos’è il male strappando le pagine della Bibbia e in un secondo anche tutte le sue convinzioni avute fino a quel momento. Un pensiero questo, che avevamo già avuto modo di comprendere piuttosto bene – mentre tutte quelle situazioni inedite che avrebbero potuto arricchire la trama non sono state spiegate nel modo corretto, o almeno non in maniera soddisfacente. Sicuramente gli autori hanno deciso di lasciare la storia di coloro che realmente stanno a capo del Consiglio, del Dottor Wong e prima anche di Sidney, per la terza stagione. Infatti in alcuni momenti sembrerebbe che 10 episodi non siano abbastanza per una stagione completa ma al contempo sarebbe impensabile non ammettere che una stagione più lunga sarebbe molto difficile da digerire. Ritornando al monologo iniziale del reverendo, quello che possiamo dire è che è un po’ la sintesi della stagione e il succo dell’episodio stesso: una vita intera a credere una cosa e poi in un attimo tutto vacilla, tutto si dissipa e ogni cosa è stravolta. Ma fortunatamente c’è qualcosa di molto interessante in “Senti la Luce”, questo il titolo, e riguarda proprio la sottile linea che c’è tra bene e male, una linea che in questa stagione si è schiarita mano a mano sempre di più. Rome ha cominciato a spegnersi. Le strade sono vuote e l’unico rumore è quello del vento e questo spaventa di più di ogni personaggio, di ogni loro intenzione e di ogni loro gesto.

La vera battaglia finale in questo episodio è quella tra Kyle e suo padre Simon, un personaggio enigmatico, quasi oscuro e inquietante, seppur apparentemente dalla parte dei fari e della luce, disposto a tutto pur di portare a termine il suo lavoro. L’ambiguità quindi torna ancora come parola chiave di questa serie – non esistono estremi, linee ben delineate e punti precisi e chiari – Outcast è una sfumatura costante che abolisce ogni tipo di etichetta. Ma Kyle, colui che dovrebbe essere il protagonista, è tutto tranne che il centro della storia. Kyle Barnes non ci sa fare con lo schermo, non sa rompere le barriere e a causa di un lavoro troppo superficiale sul personaggio quello che traspare è poco, e questo non può che essere un elemento frustrante. E forse, a questo punto, il più grande difetto di Outcast è proprio “il lavoro sui personaggi”, e perché no di conseguenza anche sugli attori. Funzionano per assurdo di più i personaggi secondari, a partire da Megan che inizialmente prigioniera di Blake riesce a regalare empatia allo spettatore a causa della sua condizione. In lei traspare quella voglia di rivalsa e di protezione nei confronti di sua figlia, quella la voglia di scappare da tutto e tutti, e quella determinazione riacquisita solo dopo aver toccato il fondo.

Purtroppo al pubblico non interessa ancora il reale scopo di questa setta di malvagi, né le intenzioni del Dottor Park, né a questo punto ci stupisce il fatto che potenzialmente la bambina di Megan potrebbe essere segnata. Inoltre per episodi interi si è parlato di una persona importante, citata più volte anche da Sidney, una figura che per qualche istante abbiamo pensato potesse essere Dakota. E invece in tutta fretta scopriamo l’identità di un nono faro rimasto in vita dopo la mutilazione da parte di Helen. L’ennesimo elemento poco approfondito che si aggiunge ad una lista infinita di cose che avrebbero realmente potuto emozionare e che invece non l’hanno fatto. Martin poteva essere l’elemento chiave e di svolta di questo finale, così come il colpo di scena di Simon, che seppur interessante, non ha di certo sorpreso per inventiva. Simon sin dal primo momento è stato un personaggio fin troppo prevedibile e questo non ha aiutato la riuscita finale. Ma era ovvio che lo scopo era tutt’altro. Per fortuna l’ultima sequenza, e il risveglio improvviso della madre di Kyle, hanno un po’ risollevato la situazione. Ma la rinascita effettiva e definitiva è stata quella dell’oscurità che ha preso ancora una volta il sopravvento su tutto non lasciando scampo ai Fari. Il sacrifico che Simon aveva intenzione di commettere non è stato portato a termine, anche a causa della crudeltà della strategia stessa, e tutto rischia di confondersi ancora di più. Di buon auspicio per la terza stagione c’è il fatto che ormai tutti sono a conoscenza della verità, nessuno è escluso e nessuno deve essere indirizzato verso la luce o viceversa.

Per confrontarvi con altri appassionati della saga, vi segnaliamo la pagina Outcast – Italia.