Twin Peaks è una serie complessa, ma non è caotica. Il racconto può lavorare per indizi e piccoli accenni, ma abbiamo sempre l’impressione di vedere una storia che può essere ricondotta a una visione strutturata. Qualcosa che ha dei precisi riferimenti, puntini lontanissimi nello spazio e nel tempo che si uniscono a fatica, ma che, proprio per questo, offrono una maggiore soddisfazione. The Return – Part 7 da questo punto di vista è uno degli episodi più concilianti visti finora. Salvo alcuni momenti di spaesamento, riusciamo a muoverci abbastanza bene tra le coordinate del viaggio di David Lynch e Mark Frost. Molto di ciò che è stato predisposto nelle precedenti puntate arriva a delle conseguenze importanti, ma il cammino è ancora lungo.

Da un indizio all’altro, da uno spunto al seguente, l’anima investigativa rappresentata dal tentativo di Hawk di decifrare il suggerimento della Signora Ceppo arriva ad un punto di svolta. Le pagine ritrovate la scorsa settimana si confermano come fogli strappati dal diario di Laura Palmer. Sono tre di quattro, attendiamo ancora di trovare l’ultima. Lavorando su ciò che hanno, Hawk e Truman ricollegano il contenuto alla figura dell’agente Cooper e alla notte in cui attraversò il varco della Loggia per riportare a casa Annie. Sono proprio le parole di Annie Blackburn a mettere i due sulla buona strada, frasi scritte “dall’oscurità di un futuro passato” in cui il concetto di tempo lineare non esiste, e che possono ritrovarsi a ritroso nelle pagine scritte da Laura. Tutto questo era stato raccontato in una scena degli ormai famosi Missing Pieces.

“Is it future or is it past?”. La scrittura della serie gioca su questa simbologia a ritroso, grida da un passato che non può più tornare, ma che vuole, deve contribuire alla ricerca di una giustizia e alla vittoria del bene, se questa può essere raggiunta. Entra in gioco la nostra consapevolezza in tutto questo. Sapere che Catherine E. Coulson e Warren Frost sono scomparsi durante le riprese dona un impulso maggiore al valore delle loro apparizioni. La Signora Ceppo e il dottor Hayward non sono personaggi interni alla storia, o almeno non solo quello. Sono volti dal passato, non a caso inquadrati e inseriti nella storia in modo così particolare da Lynch. Che sia un’inquadratura sulla poltrona su cui riposa, con Margaret che si rammarica di non poter fare di più, o una semplice chiamata Skype con un anziano e stanco Will, ciò che li riguarda vale più di ciò che racconta: è un ultimo aiuto prima dell’addio.

Qualcosa di simile accade anche con Harry Truman, di cui non sentiamo la voce ma di cui capiamo meglio la grave situazione personale. Un’altra sfida, più intima, che però non vedremo raccontata. Frank ascolta la voce del fratello, quindi chiede un confronto a Will. I pezzi non si incastrano, ma qualcosa emerge, un sospetto forse, qualcosa che accadde circa 25 anni prima, all’indomani della famosa notte nella Loggia. Ancora facendo riferimento ai Missing Pieces, che danno una prospettiva più allargata all’ultima scena della serie classica, ricordiamo i comportamenti da subito strani di Cooper di fronte a Harry e Will. Proprio Will ricorda come poco tempo dopo Cooper (che noi sappiamo non essere Cooper) si recò a trovare Audrey, all’epoca in coma per l’esplosione alla banca.

Le ricerche dell’FBI, della divisione dell’esercito che indaga sul Maggiore Briggs, degli agenti di Twin Peaks, sembrano tendere tutte verso il medesimo traguardo, percorrendo strade diverse. Diane, introdotta la scorsa settimana, ha stavolta un ruolo più importante. Le interazioni tra lei, Albert e Gordon sono magnetiche ed esaltanti, lasciano filtrare in poche precise battute un bagaglio di rapporti vecchio di decenni. In quella richiesta di “please” che Albert fa a Gordon c’è molto di un rapporto non solo professionale, mentre nell’iniziale rabbia di Diane possiamo forse vedere indizi su un coinvolgimento emotivo con Dale. Qualcosa che verrebbe confermato anche nell’incontro tra lei e il Cooper malvagio.

Gordon ha la conferma di ciò che sospettava fin dal principio. Per un uomo come lui, degno collaboratore del Cooper che si affidava a metodi Zen, le sensazioni di una persona di fiducia valgono più delle impronte digitali, soprattutto se queste ultime sollevano più dubbi che certezze. “It’s yrev, very good to see you again, old friend”, aveva detto Cooper a Gordon durante il loro primo incontro. La parlata al contrario, con tutta l’idea simbolica di specchi, rovesciamenti, doppelganger che ben conosciamo, ritorna quindi ancora nella scena sull’aereo, meglio contestualizzata.

A proposito di impronte digitali, abbiamo progressi anche nella divisione Blue Rose, chiamiamola così. Stavolta la traccia del maggiore Briggs sembra più importante di quelle trovate negli anni precedenti. C’è un corpo, quello decapitato che abbiamo visto all’inizio del revival, ma l’età non coincide affatto.

Intanto il bianco e il nero, il bene e il male, i due principali attori della vicenda, fanno passi in avanti. Dougie sventa con facilità il tentativo di omicidio di “the Spike”, sostenuto dall’apparizione (forse eccessiva?) del braccio. Mentre Naomi Watts si conferma un patrimonio acquisito dallo show, e non solo un’apparizione di passaggio, a questo punto ci aspettiamo che il risveglio di Cooper passi per l’intervento di Truman e gli altri. Da parte sua, il Cooper malvagio è protagonista della scena forse più indefinibile dell’episodio in cui, portato di fronte a Warden Murphy, allude a delle zampe di cane. Qualunque sia il segreto che queste parole nascondono, l’uomo acconsente a lasciarlo andare.

David Lynch fischia nel suo ufficio, indifferente al fungo atomico che esplode nella parete alle sue spalle, e tutto assume una dimensione più riflessiva. L’uomo dietro e davanti alla macchina da presa che ci invita a respirare con calma mentre ci chiediamo se quei rumori avvertiti da Benjamin Horne e da Beverly Paige sono lo spirito inquieto di Josie Packard. Mentre scopriamo nei titoli di coda che i tre poliziotti andati a interrogare Dougie sono fratelli. Mentre diamo un senso all’impercettibile stacco temporale nell’ultima scena al diner (confrontiamo le persone a sinistra prima e dopo l’ingresso dell’uomo che chiede se qualcuno ha visto un certo “Bing”, almeno questo è il nome che appare nei credits). Mentre un inserviente spazza il pavimento del roadhouse per circa tre minuti. David Lynch è dietro tutto questo. Con calma, fischiettando.

In fondo il tempo non si muove in una sola direzione.