L’immaginario di David Lynch prende vita in un quella zona grigia al crepuscolo della ragione, tra il conscio e l’inconscio (Eraserhead), tra il possibile e il desiderabile (Mulholland Dr.), tra la vita e la morte (Strade Perdute). Esiste un libretto delle istruzioni per tutto questo, ma non possiamo vederlo, solo sfogliare alcune pagine strappate, magari nascoste all’interno di una porta nel bagno di una centrale della polizia, e sperare per il meglio. Cercare di non morire, come qualcuno ci urlerà da un altrove troppo lontano. Il revival di Twin Peaks è senza dubbio affine a tutto questo, alla poetica di Lynch, ma è anche qualcosa in più. Nell’apparente marginalità di ogni evento esistono collegamenti che vanno oltre ciò che vediamo. L’apparizione di Diane ne è un esempio.

La visione di Lynch è incorruttibile, personale, blindata. Questo è il suo lascito al cinema e alla televisione ed episodio dopo episodio appare chiaro che Showtime ha concesso carta bianca al regista. Eppure in questo gioco di simboli si trovano degli spunti metanarrativi abbastanza interessanti, proprio perché irripetibili per qualunque altro revival, data la natura unica di questo progetto. Diane, la segretaria di Dale Cooper nominata per la prima volta nel lontanissimo pilot andato in onda 27 anni fa, ora ha un volto, ed è il volto di Laura Dern.

Ora, la scelta dell’attrice in questo non è casuale tanto quanto non lo è stata quella di Naomi Watts. Non si tratta di scegliere un’interprete piuttosto che un’altra, perché in questo contesto particolare vedere l’attrice di Velluto Blu, Cuore Selvaggio, Inland Empire ha tutto un altro significato. Per decenni Diane è stata il nome senza volto, senza voce, senza personalità, per quanto ci riguarda un semplice strumento per conoscere meglio Cooper. Lynch ora prende quel simbolo e lo personifica, e lo fa nel modo migliore possibile: depersonificandolo. Attenzione: non è Laura Dern ad essere Diane, è Diane che si trasforma sotto i nostri occhi di spettatori consapevoli in Laura Dern. La scrittura della scena, con Albert che chiama il suo nome e lei che si volta lentamente rivelandosi, non potrebbe essere più chiara.

E ci riporta anche al modo in cui era stato trattato il ritorno di Denise nella serie. Una fugace apparizione che basta a se stessa e si giustifica da sola. Sono piccoli collegamenti, simboli che tengono in piedi la struttura del mondo e le danno sostanza. In un mondo come quello di Twin Peaks ciò è più che mai importante. Lo sarà anche negli ennesimi collegamenti con Fuoco Cammina con Me, il prequel che si rivela più importante ad ogni puntata. Rivediamo Carl Rodd (un 91enne e sempre piacevolissimo Harry Dean Stanton), ossia il gestore del campeggio del roulotte nel quale viveva Teresa Banks. E rivediamo nel momento più forte dell’episodio quello che è anche l’incrocio nel quale Leland/BOB e Laura si erano scontrati con Gerard/MIKE, che accusava il primo di aver rubato la sua garmonbozia.

Richard Horne, appena uscito umiliato da un incontro con Red (l’avevamo visto nel finale di The Return, Part 2), investe e uccide un bambino di fronte agli occhi della madre. Nella folla accorsa c’è anche Carl, che vede l’anima del bambino lasciare il suo corpo e fluttuare nell’aria, attraversando dei cavi elettrici (non il primo “albero elettrico” che vediamo, ma in questo momento è difficile vedere più di una semplice affinità con quello della Loggia). Quel palo così contrassegnato appare anche nei Missing Pieces, forse un canale di potere e comunicazione per gli spiriti. Ci sono situazioni che si richiamano tra di loro, piccole porzioni di storia che diventano più forti grazie a questi elementi (torna anche il famoso semaforo), ma sulle quali in questo momento è difficile capire di più.

Ad esempio, c’è una moneta nell’incontro tra Richard e Red, ed è una moneta a guidare finalmente Hawk verso la risoluzione del mistero legato alle sue origini. Quindi la porta del bagno che dicevamo all’inizio, sulla quale tra le altre cose appare la targhetta “Nez Perce Manifacturing” (appunto una tribù indiana). Ci sono fogli, forse pagine del diario di Laura? Un avviso sulla prigionia di Cooper? Vedremo. Altro collegamento, la guerra. Il figlio di Frank e Doris era nell’esercito e si è suicidato (l’odioso Chad ci scherza sopra), e sempre un conflitto ha messo su una sedia a rotelle Linda, moglie di Mickey. L’uomo parla del fatto con Carl, e non sembrerebbe così importante se non fosse che Linda è il secondo nome pronunciato dal Gigante insieme a quello di Richard.

Duncan Todd riceve un messaggio al computer, un quadrato rosso che gli fa prendere un documento contrassegnato da un cerchio nero. Attento a non lasciare impronte digitali, Duncan fa quel che deve fare e sblocca il doppio omicidio di Lorraine e Dougie. La prima muore sotto i colpi inferti da Ike “the Spike” Stadtler.

In mancanza di una narrazione più lineare sono collegamenti ideali di questo tipo a dare sostanza al mondo e motivazione agli eventi. Piccole e sconnesse linee tracciate su fogli di carta, gli stessi consegnati da Dougie al suo capo, nei quali l’uomo vede una conferma a qualcosa che non può essere espresso ad alta voce, forse legato all’accusa lanciata da Dougie all’uomo che mentiva alla riunione. Cooper da parte sua accarezza sempre più l’idea di una liberazione e il ritorno in sé. Lynch non vuole darci quel che vogliamo, non ancora, posticipa il momento il più possibile. Il caffè, le scarpe, un vestito più familiare, la stella dell’agente appena sfiorata: tutto grida “svegliati!”. Ma non è ancora il momento.