Due tra i momenti salienti della première della settima stagione di Game of Thrones si richiamano idealmente nel mostrare due regine che giganteggiano di fronte ad altrettante riproduzioni del continente di Westeros. Lontano dal costruire un umile racconto di formazione eroico di stampo classico, lo show della HBO lascia emergere in simili frangenti la dimensione titanica di eroi ed antieroi le cui ambizioni sono più grandi dei piccoli corpi che le contengono. Assorbe, come da lungo tempo riesce a fare egregiamente, il valore di una narrazione che tramite una lettura di questo tipo riesce a farsi “epica nera”. Lo fa con una convizione che, avvicinandoci al finale di questa immensa saga fantasy, assume dei contorni quasi metanarrativi. Ogni percorso appare già scritto, ogni destino segnato.

È l’inizio della fine, o la fine dell’inizio, dato che qualcuno vedrà nello scontro finale l’occasione per lanciare una dinastia in grado di regnare per mille anni. La lunga notte dell’inverno, evocata dalla catchfrase più nota della serie, si è finalmente manifestata. È un inverno della natura, dello spirito e dei corpi, che trascina con sé casate e dinastie. Dragonstone è la prima pietra di quella fase finale che, tra i sette episodi di questa stagione e i sei della prossima, ci porterà alla fine di un percorso che, comunque lo si voglia vedere, ha segnato per sempre le potenzialità del piccolo schermo. Vecchi discorsi, ma con sei stagioni di intrecci alle spalle e solo un lunghissimo epilogo da raccontare, Game of Thrones ha ormai assunto contorni che trascendono l’esperienza televisiva e ne fanno materiale di grande narrazione contemporanea.

Partendo da un’ottica di questo tipo, e riallacciandoci al discorso dei conflitti già segnati e delle strade già scritte, possiamo meglio interpretare ciò che accade in questa première, scritta da David Benioff e D.B. Weiss e diretta da Jeremy Podeswa. A ben vedere l’esigenza del classico episodio di transizione e riequilibrio si sposa con la necessità di spingere tutti i contendenti in gioco verso uno scontro finale in cui nessuno potrà rimanere al palo. I fili della narrazione sono più scoperti e le esigenze sono più chiare, ma obiettivamente non si può chiedere di più ad una scrittura che deve bilanciare troppe esigenze.

Dunque, lo scontro tra Cersei e Daenerys incombe. La Corona è troppo debole. Se questo scontro dovrà mantenere una certa tensione narrativa occorrerà bilanciare in qualche modo le parti in gioco. L’ingresso di Euron sullo scacchiere è la mossa più logica, anche perché ci permette di intravedere la resa dei conti in seno ai Greyjoy tra lo zio usurpatore da un lato e Yara e Theon dall’altro. Nel frattempo Daenerys, come ampiamente mostrato dai trailer, stabilisce un avamposto alla Roccia del Drago, la stessa isola dalla quale secoli prima i suoi antenati partirono alla conquista di Westeros. La forza è di quelle in grado di oltrepassare gli stretti limiti dei prossimi scontri e guardare già alla battaglia finale contro l’oscurità.

La scrittura peraltro lancia alcuni segnali in tal senso. Lo fa tramite Samwell Tarly, che alla Cittadella studia e fatica (un montaggio alquanto disgustoso ci mostra la sua routine quotidiana) per cercare qualche elemento che possa servire a Jon. Lo trova nella conferma che a Roccia del Drago si trova del vetro di drago, molto utile contro gli Estranei. Sempre alla Cittadella vediamo, anche questo anticipato dal trailer, Jorah Mormont, ancora consumato dal morbo grigio. Ciò che rimane, quasi tra le righe e destinato a passare in secondo piano, è il discorso che un maestro rivolge a Sam in risposta alla sua richiesta di visitare la sezione proibita, qualcosa che sembra elevarsi oltre il classico conflitto da high fantasy.

Non che Game of Thrones, con i suoi personaggi al limite e profondamente conflittuali, si possa ridurre a un semplice scontro tra la luce e l’ombra, tra il fuoco e il ghiaccio. Questo no, ma è anche vero che avvicinandoci alla battaglia finale questo senso di urgenza e salvezza del mondo intero appare sempre più presente. Se non è la Dagor Dagorath profetizzata da Tolkien, è qualcosa che simbolicamente vi si avvicina parecchio. Ogni fantasy porta con sé un senso di conclusione, di annientamento dell’equilibrio precedente e creazione di una nuova pace. Game of Thrones, nonostante tutto, non fa eccezione.

Game of Thrones

Nel discorso del Maestro (Jim Broadbent, un po’ in modalità Lumacorno nel suo parlare della sezione proibita) questa prospettiva viene ribaltata a parole e, forse, per la prima volta si cerca di guardare oltre. In qualunque epoca, il presente viene interpretato come un periodo di sconvolgimenti fondamentali, qualcosa che ci dice che “la fine del mondo è vicina”. Forse la necessità di chi non accetta di essere un semplice testimone dello scorrere del tempo, di chi non accetta l’esistenza di un futuro che non potrà vedere, ma desidera essere attivamente parte di qualcosa di definitivo. Anche se questa sarà la fine. E quindi entra in gioco, tornando agli elementi di equilibrio interni alla mitologia di Westeros, la Barriera.

“The Wall has stood through it all, and every winter that ever came has ended”

Prima di questa frase abbiamo un altro riferimento alla Barriera, pronunciato da Sansa. “We still have a wall between us and the Night King”. Logicamente Sansa ha bruciato la propria giovinezza negli anni di soprusi subiti a sud e ad opera degli uomini, e per quanto avverta la minaccia degli Estranei, il suo cuore sanguinante la avvicina di più ai conflitti ancora aperti con Approdo del Re. Jon, anche per questioni di vicinanza e di minaccia immediata, pensa invece agli Estranei e riorganizza le difese del nord in vista dello scontro incombente. Soliti momenti badass di Lyanna Mormont, soliti sguardi tra il romantico e l’inquietante lanciati da Tormund a Brienne, ma quel che rimane sotto la neve è altro.

Innanzitutto, la Barriera. Crollerà, deve crollare. È lo strumento narrativo che tiene in piedi l’equilibrio del mondo e che fonda buona parte della mitologia dello show, ma simbolicamente rappresenta anche il distacco tra un prima e un dopo. Abbiamo scalato quella Barriera, l’abbiamo difesa, vederla crollare sarebbe, molto più dell’esplosione del tempio di Baelor, il segno di un punto di non-ritorno, la pietra tombale sul discorso fatto dal Maestro a Sam nell’episodio.

In secondo luogo, conflitti più pressanti tra Sansa e Jon. Anche qui, la necessità di un conflitto nutre se stessa. Un primo accenno di conflitto sul comando tra i due c’era stato anche nel finale della scorsa stagione, forse una punta di invidia da parte di Sansa che, dal suo punto di vista, sarebbe la legittima sovrana del nord. Ditocorto ci mette del suo, insistendo ancora sull’idea di felicità della giovane e confermando le proprie ambizioni sul Trono. Ora, non ci aspettiamo ribaltamenti che sarebbero anche parecchio out of character, ma qualche difficoltà per la gestione del comando sì. Comunque la scrittura intepreta molto bene questa necessità, giocando allo scoperto con i sentimenti dei personaggi e lasciando che si confrontino sul tema.

Si compie del tutto la vendetta di Arya contro i Frey in una scena di grande impatto, e anche qui il percorso sembra obbligato. Giù fino ad Approdo del Re, per mettere fine alla vita della regina e togliere un altro nome dell’odio dalla lista. Ha un’intimità tutta sua e molto apprezzabile il momento della giovane con i soldati Lannister, ovviamente dei normali esseri umani – non certo dei mostri – che desiderano solo tornare a casa dalle loro famiglie. Spiccano nel gruppo Ed Sheeran, che dopo la I See Fire dello Hobbit si diverte anche a intonare canzoni per altri mondi fantasy (tutto è molto “in favore di camera”, ma glielo perdoniamo), e Thomas Turgoose, volto noto per i fan di This is England.

Con Bran che ritorna dopo molto tempo ad una parvenza di civiltà e il Mastino che seppellisce cadaveri rievocando quella che forse era stata la sua sorte nei romanzi, si conclude questo primo giro dell’anno sulla giostra di Game of Thrones. Un buon ritorno, preparatorio e necessario come sempre lo sono state le première della serie. Come già detto, in vari momenti il senso di necessità della storia rischia di confliggere con una maggiore naturalezza negli eventi. Ma da quello che abbiamo visto la serie è in grado di raccogliere la sfida.

Shall we begin?

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