Chi è che ci ascolta veramente?
La componente decisiva per l’esibizione è il pubblico, un pubblico che ascolti davvero, uno con cui interagire, uno stimolante. Come nella vita. La ricerca di qualcuno che non ascolti soltanto ma che ci stia a sentire. “Ah quindi lui la ascoltava?” chiede Cassie dal palco ad un coppia di anziani coniugi nel pubblico dopo aver sentito il tempo da cui sono insieme e perché lei abbia scelto proprio lui. “Chiunque può ascoltare. In pochi stanno a sentire” sarà la risposta.
È una scena che arriva a metà puntata ma è la chiave di questo episodio. I’m Dying Up Here infatti continua ad affrontare di volta in volta (anche un po’ meccanicamente) i vari aspetti di cosa serva per essere un buon stand up comedian, quali siano i problemi, i compiti, i piaceri e gli elementi su cui lavorare.

Dall’altra parte, in una sottotrama individuale che però dà il titolo alla puntata (“Il Ritorno”) un po’ più ingenuamente si parla dei reduci del Vietnam.
Erik, che tra i comici è il reduce, riceve la visita di un commilitone, uno che a differenza sua non si è propriamente ripreso dall’esperienza militare. Capiamo dalle sue reazioni e dalle sue intemperanze che, nonostante non ne parli, Erik ne ha fatte di cose in Vietnam, cose che non tira fuori ma che non sono piacevoli ma a differenza dell’amico ne è uscito: “Io non sono più lì, io sto qua adesso!” – “Perché io invece sì?? Mi sembra di essere rimasto l’unico ancora lì. Non si era detto che nessun uomo sarebbe stato abbandonato?!” sarà lo scambio che fa proprio eco alla retorica del cinema americano di guerra anni ‘70 e ‘80.

I’m Dying Up Here ci ha abituato a queste accelerazioni in un po’ goffe. Se da una parte l’idea di un pubblico che ascolta e delle persone intorno a te che invece non ti ascoltano è molto interessante e portata avanti bene (ora ci arriviamo), il lato del Vietnam è confusionario e grossolano. Si passa dal tono leggero della serie a quello pesantissimo e recitato con eccessivo protagonismo della tragedia nel lasso di una battuta. Basta una battuta sola, uno sguardo o una reazione a passare da un momento divertente ad uno tragico, per gestire così i toni serve una maestria non solo superiore a quella esibita dalla serie ma proprio diversa.

Ogni qualvolta entra in campo “il Vietnam” in questa puntata sembra di assistere ad una serie anni ‘80, quando i temi caratterizzavano gli episodi così tanto da consentire anche improvvisi cambi di tono. In caso arrivasse un argomento grave o importante quello autorizzava anche le sit-com a prendere pieghe drammatiche che ne snaturavano il mood. Così accade qui: invece di mescolare con moderazione e sapienza, si fanno scontrare i toni con effetti terribili e molto ingenui, invece di dosare e di suggerire, si sbatte tutto in faccia allo spettatore con un’enfasi davvero superflua.

Esattamente il contrario della maniera in cui è gestito il rapporto tra chi parla e chi sente.
Eddie lavora come cameriere in un deli, una tavola calda polacca frequentata da anziani in cui si esibiscono ogni tanto pessimi musicisti, motivo per il quale convince la proprietaria a dare una chance a dei comici. Convincerà RJ e Cassie ad esibirsi gratuitamente per fare pratica e testare battute o monologhi (anche perché è un “deli” e non un “club” dunque non infrangono la regola di nonconcorrenza di Goldie). Lì Cassie incontrerà la coppia anziana, lì capirà che il suo problema con Bill sta nel fatto che lui non la ascolta e lì riuscirà a farsi ascoltare. Come in una catena anche Bill non riesce a farsi sentire dal padre, così arrogante e egoriferito, capace di badare solo al suo cane. Non riesce a dirgli quel che desidera così, una sera che è venuto a vederlo sul palco, parte con un monologo su come sia più facile avere rapporti con gli animali invece che con gli umani. Il padre ride. Farsi ascoltare sul palco quando non è possibile nella vita.

Alla stessa maniera sarà Cassie, dal palco della tavola calda, a fare un monologo sul saper ascoltare in una coppia, proprio quando entra Bill. Specularmente invece Ron, che non vuole esibirsi nella tavola calda dell’amico, sarà portato dal nuovo arrivato Nick (un comico di buon corso tornato da un periodo on the road) ad un incontro di alcolisti anonimi anche se nessuno dei due lo è. Lì, fingendosi alcolista, Ron potrà parlare ad un pubblico che lo ascolti davvero e farà battute come fosse sul palco, di fatto esibendosi.
Ognuno dunque sembra avere qualcuno che finalmente li ascolti in questa puntata, una sorta di pubblico per ogni comico, qualcuno a cui hanno qualcosa da dire davvero. Addirittura anche RJ, ora impiegato come tuttofare in un bordello, per cacciare un cliente non userà la forza ma si farà ascoltare.

È la linea migliore e quando si capisce che anche a livello più grande l’intreccio sblocca una possibilità in televisione per stand up comedian giovani e donne (è l’influenza del successo televisivo incredibile dell’incontro di tennis Riggs-King dell’episodio precedente), è chiaro che “farsi ascoltare” viene declinato qui in tutti i sensi. Quando fa così, quando proietta alti e bassi dei comici negli alti e bassi della vita di chiunque, I’m Dying Up Here sembra trovare un vero senso.