Il reverendo Jesse Custer si aggira tra le strade di New Orleans alla ricerca di Dio. E nel montaggio proposto per raccontare la sua ricerca, vediamo accavallarsi insegne luminose, voci di estranei, battute sulla sua missione. Jesse, al centro, cammina mentre tutto ciò gli scorre addosso, e si tratta di una soluzione visiva molto classica che gioca sulla nostra consapevolezza a priori. In queste sacche di autoconsapevolezza si nasconde – ma in realtà è in bella vista – l’idea di una storia che riesce a bilanciare i propri toni, giocando tra sacro e profano, tra grottesco e serioso. Questo è il punto di forza di Preacher, che continua il suo cammino nella seconda stagione con un episodio che ripete le belle idee viste nella doppia première.

Damsels è il titolo dell’episodio. E, anche se di damigelle in pericolo non ne vedremo, e quelle che lo sono sono tutt’altro che “eleganti damigelle”, i conflitti perseguitano ogni personaggio. A rotazione, in un caos jazz che qualcuno alla fine dell’episodio definisce la fine del mondo, i fantasmi del passato tornano a fare capolino nella mente e nelle vite dei protagonisti, presentandosi o sotto forma di ricordi penosi, o sotto forma di concrete minacce alla loro persona. Nel primo caso è significativo il riferimento ad Angelville, che fa sobbalzare Jesse e lo porta lontanissimo con la mente, un segnale che già avevamo visto nei primi due episodi. Forse possiamo aspettarci un episodio flashback sulla sua giovinezza entro la stagione.

Nel secondo caso è Tulip ad essere in pericolo imminente. A New Orleans insieme a Jesse e Cassidy, teme di essere scoperta da un certo Viktor. Funziona molto bene la regia di Michael Slovis nel raccontare queste tre anime – Cassidy un po’ in disparte a dire il vero questa settimana – che cercano, ma a loro volta hanno timore ad essere trovati. La minaccia del Santo degli Assassini si prende una settimana di vacanze, ma il fatto che Jesse utilizzi la Voce durante la puntata potrebbe attirarlo sul posto.

Preacher ormai è una serie consapevole delle proprie potenzialità, che tende a smussare e dilatare, ma non troppo, i tempi della narrazione, per giocare su uno stile riconoscibile e forte. Esempio pratico nella puntata è la parentesi dedicata a Eugene, che occupa tutta la prima parte e torna per un ultimo colpo verso il finale. In una soluzione che riprende quanto già avevamo visto lo scorso anno per il killer, l’inferno di Eugene ha le sembianze di un eterno loop che ripropone il momento più tragico della sua vita, quello in cui la sua amica Tracy si sparò di fronte a lui, per certi versi anche a causa di una sua leggerezza (ma non gli si può dare colpa, Eugene è forse l’unico personaggio puro della serie). L’apparizione di Hitler nel finale sembra avere un valore più stilistico che narrativo (il senso del grottesco che dicevamo prima), ma al tempo stesso Noah Taylor non è esattamente un interprete sconosciuto, e quindi qualcosa da fare ci sarà.

Nel finale ritorna anche il personaggio di Herr Starr (Pip Torrens), che era stato brevissimamente introdotto nel terzo episodio della prima stagione, The Possibilities.