Il melodramma in Preacher si scatena secondo ragioni che percorrono il sentiero del grottesco e dell’insolito. Come provare pietà per una ricostruzione ideale di un Hitler all’inferno, pittore mancato, con la sua rabbia repressa e la sua generale pochezza. Magari non serve strettamente all’evoluzione della trama, ma è il corollario ideale di un mondo privo di punti di riferimento, sia nel bene che nel male. Hitler, che del male è un archetipo, viene raccontato come un mediocre e patetico individuo, quasi trovatosi al momento sbagliato nel posto sbagliato. Quindi la banalità del male che si incontra con la banalità del bene, nel momento in cui già gli angeli sono stati abbondantemente ridimensionati e la stessa figura divina, pure in una sua imitazione, viene ridotta a parodia.

Viktor, titolo dell’episodio di Preacher, si riferisce al misterioso uomo sulle tracce di Tulip. Presenza sfuggente nello scorso episodio, qui assume contorni reali. Le sue motivazioni rimangono celate per tutta la puntata, e solo nella battuta finale viene rivelato un particolare importante. C’è tutto un passato da scoprire, ma ciò che rimane allora è la prospettiva sugli eventi per come ci viene raccontata da Jesse Custer. La sequenza finale in cui si introduce nella proprietà dell’uomo utilizzando la Voce, e fregandosene di attirare così il killer, è molto intensa. La regia fa un ulteriore passo avanti nel confronto violento – sempre in maniera creativa – con il “macellaio” della tenuta. La scrittura si inventa un paio di cuffie (“Upton Girl”) indossate dall’uomo per inibire il potere di Jesse, e la scena può ferocemente svilupparsi.

La storia di Eugene è il segmento interno alla storia che, come abbiamo detto, probabilmente non toccherà la trama principale, ma ne espande idealmente le tematiche. Nel momento in cui gli archetipi, come abbiamo detto, crollano, rimangono le strutture a condizionare gli individui. C’è un momento molto importante in cui una specie di direttrice della prigione infernale dice a Eugene che l’atteggiamento da bravo ragazzo all’inferno non va bene. Quasi ci aspettiamo per un momento un lampo di comprensione, forse la domanda “ma che ci fai quaggiù?”. E invece no. Non sono le persone a meritarsi l’inferno, ma l’inferno a meritarsi le persone. Quindi Eugene, ennesimo personaggio costretto a mutare a causa dell’ambiente esterno, nonostante la propria natura, non può far altro che cedere al male e unirsi agli altri nel pestaggio di Hitler.

L’assenza di Dio deve diventare presenza di qualcos’altro, ed è così che Jesse cerca di rintracciare l’attore che lo interpretava. Lo sviluppo della vicenda è surreale anche per gli standard della serie (o forse no). Comprende un’apparizione di Frankie Muniz nei panni di se stesso, un agente a cui viene fatto credere che Jesse e Cassidy stanno gestendo il casting per Game of Thrones, un provino che culmina con l’uccisione dell’attore, che potrà essere sfruttato dall’aldilà. L’episodio è divertente, scorrevole, strambo al punto giusto. Sta funzionando bene questa seconda stagione di Preacher.