Al termine di The Spoils of War, che della settima stagione è l’episodio più breve, mancano appena 9 puntate alla fine di Game of Thrones. Nell’affrettarsi sostenuto di eventi che tendono al culmine inevitabile, la scrittura stralcia ancora una volta quelle parentesi temporali che ormai diamo per scontate. Si concentra dunque solo su momenti risolutivi o che comunque alimentano un senso di attesa per le svolte a venire. Tutto ciò che non è immediatamente importante costituisce la base per ciò che lo sarà presto. Il ritmo ne risulta accelerato, ma anche molto soddisfacente. Archiviate le pratiche per il riequilibrio delle forze in campo, la serie pone il conflitto tra le regine su un piano più diretto, che esplode in una bella sequenza d’azione finale.

Tra le conseguenze di un finale che si avvicina a tappe forzate vi è anche una riconsiderazione necessaria dei rapporti dei protagonisti con la grande storia. Al di là della considerazione, su cui molto ci sarebbe da dire, per cui in Game of Thrones “nessuno è al sicuro” (non è mai stato del tutto vero), qui veramente il senso della trama, che è anche il senso delle piccole storie, si fa talmente vicino nel suo compimento da spingerci quantomeno a dubitare di ciò che accadrà. La scrittura lo fa due volte nel finale di puntata. Nel primo caso con Bronn, che in un momento topico della battaglia contro i dothraki (l’oro dei Lannister è al sicuro) cade da cavallo e, contrariando il se stesso che un tempo avrebbe preso la borsa di monete e sarebbe fuggito, corre incontro al pericolo sfidando il drago.

Idealmente si tratta di una scena identica a quella che ha visto protagonista Theon due episodi fa. Si prende un personaggio che ha certe caratteristiche, lo si pone su un tracciato che in qualche modo lo cambia, e poi si utilizza un momento topico per far esplodere quel cambiamento. Scrittura più classica di questa non esiste, ed è anche per questo che la fuga di Theon suonava quasi come un tradimento del personaggio. Si può scegliere di far prendere una decisione oppure un’altra, di dipingere un personaggio come coraggioso o vigliacco, ma quel che è importante è che, dopo quel momento, qualunque ripensamento stonerà rispetto al resto. Ancora più importante, nel momento in cui la decisione è presa, il personaggio ha esaurito il proprio percorso e può (potrebbe) morire. Bronn sarebbe potuto finire bruciato, e il suo percorso avrebbe avuto perfettamente senso.

Sembra una riflessione fin troppo lunga per essere dedicata a un personaggio secondario, ma è molto importante a livello generale per interpretare altri momenti. Su tutti, il cliffhanger finale. La domanda non è tanto “Jaime è morto?” quanto “Jaime può morire?”. Rispondendo a bruciapelo (che, data la presenza del drago sputafuoco, ci sta) diciamo di no. Non perché il momento non prepari a un’uscita del genere, anzi. La presenza di Tyrion sul campo di battaglia, la vulnerabilità di Daenerys, il rischio altissimo del personaggio che si lancia in quello che forse è il gesto più classico immaginabile nella letteratura fantasy (il cavaliere che corre contro un drago) ci raccontano che qualcosa potrà succedere. E qualcosa in effetti succede, ma la natura più intima di Jaime lo lega a Cersei, e su quel fronte ancora ci sarebbe qualcosa da dire. Insomma, non sarebbe un’uscita di scena “pulita”.

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Procedendo a ritroso nell’episodio, la strategia di Daenerys, che ancora una volta decide di non attaccare la Fortezza Rossa, trova soprattutto riscontro nelle parole di Jon Snow. Quest’ultimo si schiera dalla parte di Tyrion suggerendole di non colpire con i draghi la città per non inimicarsi il popolo. Probabilmente, al di là della decisione in sé, ciò che emerge è la scelta di Daenerys di chiedere il parere di Jon Snow fra i tanti. È il culmine ideale della scena precedente, in cui i due condividono un momento all’interno della caverna a Roccia del Drago. Qui, il re del Nord mostra alla Madre dei Draghi delle pitture rupestri che raccontano la lotta ancestrale tra i Figli della foresta e i Primi Uomini contro gli Estranei.

Emergono simboli familiari, su tutti quello che compariva nel primo episodio della serie, disegnato sulla neve con dei cadaveri dagli Estranei. Ma anche altri come la spirale vista nell’episodio The Door, in cui scoprivamo che furono i Figli della Foresta a creare gli Estranei in un primo momento. Tutto serve come slancio per Jon per convincere Daenerys a combattere con lui, ma la scrittura tramite Davos si lascia sfuggire anche altri interessi di tipo amoroso. Ma per questo ci sarà tempo, o forse no, dato che già Theon ritorna con la notizia della cattura di Yara.

Il riferimento al simbolo del primo episodio non è l’unico collegamento al passato contenuto nell’episodio. Non vale la pena rimarcare ancora una volta il senso di chiusura comunicato dalla stagione, quindi limitiamoci agli esempi. “Chaos is a ladder”, dice Bran a Ditocorto citando la famosa catchfrase pronunciata nell’episodio The Climb. Arya arriva alle porte di Grande Inverno dichiarando la propria identità, ma non viene creduta dai soldati alle porte, come avveniva ad Approdo del Re nell’episodio The Wolf and the Lion. Ditocorto dona a Bran la lama in acciaio di Valyria con cui un assassino cercò di ucciderlo nel lontano The Kingsroad. A differenza dei libri, nella serie non è mai stato chiarito del tutto chi inviò l’assassino (Bran lo saprà?).

Ma in generale ogni momento a Grande Inverno comunica un senso di chiusura e appagamento. L’arrivo di Arya riecheggia quello di Bran, e tutto appare più compiuto e soddisfacente. Sansa raccoglie l’esito di ciò che gli ultimi anni hanno fatto di Bran e Arya, abbracci non così caldi come avrebbe sperato. In generale c’è una grande sorpresa nel constatare come Arya sia diventata una spadaccina eccezionale (pure troppo forse), tanto da tener testa a Brienne, e Bran sia diventato una figura a metà strada fra Paul Atreides e Dottor Manhattan. Ditocorto si rende conto di avere a che fare con due Stark di troppo rispetto ai suoi piani, ma è semplicemente bello vedere i giovani lupi avercela fatta a tornare a casa.

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