Nell’Angelo Sterminatore di Luis Buñuel un gruppo di invitati ad una cena non riesce ad uscire dalla casa al termine della serata. Non per qualche motivo specifico, non per qualche ragione che scopriremo in seguito, ma semplicemente perché paradossalmente non ci riesce. L’impedimento ha un senso di per sé, una paralisi degli uomini e della società in cui la critica e l’esecuzione bastano a loro stesse. Il blocco inconcepibile e assurdo, la ripetizione in loop delle situazioni, la frustrazione come esperienza vissuta e condivisa dallo spettatore, tutto questo è un punto di riferimento centrale nella terza stagione di Twin Peaks. E non vi è dubbio che questo sia l’elemento saliente del tredicesimo episodio della terza stagione.

Come tutto ciò che abbiamo visto e vedremo, la narrazione segue una logica interna che funziona perché si sposa con un punto di vista autoriale che noi conosciamo e possiamo provare a interpretare. E non è affatto l’esperienza più piacevole che si possa sostenere da spettatori. David Lynch guarda infatti con sdegno e con un’ironia di fondo ai meccanismi topici di una narrazione da revival che secondo regole non scritte dovrebbe giocare su nostalgia e ripetizione di situazioni familiari. Si tratta di racconti che non aggiungono niente di nuovo, ma giocano sulla sensazione di “ritorno a casa” per lo spettatore, una ricompensa narrativa continua a chi ha seguito la storia in passato. Invece, se una ricorsività esiste in questo “The Return” di Twin Peaks, essa è una trappola.

Ciò che in altri contesti viene elargito come un regalo allo spettatore, tra fanservice e strizzate d’occhio, qui viene ribaltato e posto sotto una lente oscura. Ritrovare gli stessi personaggi 25 anni dopo significa constatare quasi sempre che il tempo è crudele, che dagli errori non si impara, e che rimanere gli stessi significa cadere in una stasi. La ripetizione surreale e frustrante di schemi e situazioni allora è una trappola per tutti. E David Lynch non avrà alcuno scrupolo a sacrificare la godibilità della vicenda per sostenere questo punto. Gli esempi si sprecano.

Le scene con Jacoby e Nadine sono quanto di più fastidioso Twin Peaks ci abbia fatto vedere, ma servono a ribadire un concetto. Shelly non ha imparato nulla dal rapporto con Leo, e sua figlia Becky ne segue le orme. Ed e Norma non sono finiti insieme, e quest’ultima si vede contestare la gestione del Double R e la sua ricetta (svilire qualcosa di autoriale per renderlo più commerciale: è un discorso simbolico?). Bobby ha fatto grandi passi in avanti, ma il suo rapporto con Shelly è finito, e avvertiamo la sua solitudine in questo episodio. Il segmento finale con Ed è avvilente a dir poco. James sale sul palco e intona “Just You”: Lynch, che non può non sapere cosa sta facendo, riprende una delle scene più trash e invecchiate della serie classica e ce la ricorda. Nessuno si libera dei suoi fantasmi.

Tutto ciò avviene da un punto di vista narrativo quantomeno normale, ma l’idea di loop viene riproposta in altri due momenti, molto stranianti, ma soprattutto molto affini. Il primo vede Sarah Palmer bloccata a casa mentre guarda una registrazione di un incontro di boxe. Rumori elettrici in sottofondo, continuo rifornimento di alcol. Il secondo vede ancora Audrey chiedere a Charlie di rivelarle ciò che ha detto Tina. La soluzione per sbloccare lo stallo sarebbe quella di andare a cercare Billy al Double R, ma per qualche motivo Audrey non ci riesce. Ed è qui che il riferimento cinematografico sopra citato si fa davvero forte.

Non si tratta di una condizione di smarrimento esistenziale, o almeno non solo di questa. C’è qualcosa di terrificante a tenere ancorati questi personaggi in una prigione che può avere la dimensione ora delle loro case, ora dei loro ricordi. E noi siamo con loro, soffriamo, sbuffiamo, ci annoiamo, vorremmo fuggire. Non è semplice, non è nemmeno piacevole. Davvero non esiste speranza di salvezza a Twin Peaks?

In realtà l’episodio trova anche il tempo per raccontarci le due sfumature del bene e del male, dell’innocenza e della sopraffazione. E ovviamente è sempre Cooper a incarnare questo grande scontro. Introdotto da un trenino con i fratelli Mitchum sinceramente spassoso, Dougie riesce nella puntata anche a guarire l’anima perduta di Anthony, che si pente di tutto ciò che ha fatto e confessa i propri crimini. Al tempo stesso, nel segmento più soddisfacente dell’episodio, il Cooper malvagio rintraccia Ray, sfida il capo dell’uomo a braccio di ferro (situazione molto prevedibile, ma Lynch trova il modo di inserirci un atto di violenza inaspettato) e poi si vendica. Nel gruppo appare anche Richard.

Torna ancora il nome di Philip Jeffries (se Lynch fosse riuscito a girare un cameo segreto di David Bowie sarebbe il più grande dei regali) e tornano le coordinate segrete che Cooper sta cercando. Fa la sua ricomparsa l’anello verde che ha accomunato i destini di tante persone – Dougie per ultimo – e scopriamo che Ray avrebbe dovuto farlo indossare a Cooper dopo averlo ucciso.