Una bambina di dodici anni esce di casa con la sua bicicletta, attraversa il nebbioso e desolato paesaggio che la separa dal lago Paradise e, una volta giunta lì, decide di entrare in acqua ancora vestita, forse per togliersi la vita, forse per purificare il suo corpo. Sente infatti che qualcosa non va in lei. È incinta. Dai paesaggi della Nuova Zelanda la regista Jane Campion (Lezioni di piano, Bright Star) ci conduce attraverso un racconto in sette atti alla ricerca di una terribile verità, in una storia che fa del mistero, delle paure e del tema del ritorno le sue coordinate fondamentali. Quello che arriva dal Sundance, poi trasmesso dalla BBC, è un progetto ambizioso e dai ripetuti simbolismi ma che tuttavia fa dell’eleganza formale il suo unico punto di forza, rivelandosi per il resto troppo derivativo, dispersivo, confuso e poco incisivo.
Top of the Lake
Ai confini del mondo dunque, per raccogliere le atmosfere rarefatte di un luogo quasi incontaminato, nel tentativo di ritrovare se stessi, trovarsi faccia a faccia con i propri peccati e riflettersi nell’immenso lago che domina un luogo che di paradisiaco ha solo il nome (curioso come un lago fosse anche al centro della narrazione di Les Revenants, serie con cui Top of the Lake condivide vari elementi). La totale mancanza di luce che accompagna le indagini alla ricerca dello stupratore della bambina, e della bambina stessa, da parte di Robin Griffin (la bravissima Elisabeth Moss di Mad Men) sembra essere figlia di quel diluvio universale che si abbatteva sulla città di Seattle in The Killing. Differenza fondamentale con la serie AMC – e qui Top of the lake si ricollega al sempre imitato ma mai eguagliato scenario di Twin Peaks – è la presunta centralità della storia dell’indagine che si scontra costantemente, fino a deviare completamente dal suo percorso, con il solito affresco della cittadina fuori dal mondo, i suoi conflitti intestini, le sue figure caratteristiche.

Cosa ancora più importante, l’investigatore qui non è funzione della storia ma è decisamente un personaggio attivo nell’attenzione su di esso puntata anche al di fuori della “scena del crimine” e nell’insistito ed evidente parallelismo tra la sua vicenda umana e quella su cui si trova ad indagare. Gettare una luce sul proprio passato e sulla propria vita dunque, e farlo così come quelle donne che, sulle sponde del lago, hanno costituito una comunità isolata e guidata dalla strana GJ interpretata da Holly Hunter (Lezioni di piano). Terzo ma non ultimo nucleo quello della famiglia di Tui, la bambina scomparsa, gruppo molto poco raccomandabile guidato dal padre Matt Mitcham (Peter Mullan), utile soprattutto a rimarcare un altro grande tema della serie. Jane Campion è una donna, regista di donne, e ci tiene a rimarcare questa sua identità a partire dal tema centrale (violenza su una donna, ma Tui non sarà l’unica) e con la polarizzazione nello scontro dei due sessi, con le donne dipinte come forti, magari ferite ma desiderose di riscatto.

Buon soggetto, tematiche chiare, una bellissima ambientazione: cosa manca a Top of the Lake? Tutto il resto. Ed è un vero peccato osservare come questo buon materiale di partenza non sia supportato da un ritmo narrativo adeguato. Il racconto si distende su queste sette puntate piatto come la superficie di un lago, senza un onda che arrivi a smuovere qualcosa. Il tormento dei personaggi, quantomeno della protagonista, è percepito ma non è mai, nemmeno per un secondo, il nostro, complici anche le troppo ampie ellissi che non influiscono sulla trama (una soprattutto che coinvolge il personaggio di Matt) e rallentano il tutto, quando non finiscono apertamente per annoiare. A deludere soprattutto è il personaggio di GJ, presentato come un faro di illuminazione per chiunque gli stesse vicino ma rivelatosi davvero povero al momento di elargire perle di saggezza di dubbio valore. Insistita, statica, spesso retorica, mai brillante, la parentesi della comunità è la più debole di tutte. Funziona meglio il percorso di Robin, quando non penalizzato dalle ripetute scene di sesso (una in particolare quasi ridicola).

Top of the lake rinuncia poi a qualunque sussulto nel finale, con una conclusione sulla quale, naturalmente, non diciamo nulla, ma che si rivela in poche parole frettolosa, inconsistente, quasi straniante – in senso molto negativo – per come viene raccontata, e decisamente fallimentare nel lasciare qualcosa dopo la visione.