All’inizio della seconda stagione Twin Peaks è ormai divenuto fenomeno di culto, e questo elemento in qualche modo ne segna di fatto l’inizio del declino. Il Times e Rolling Stones dedicano copertine al volto, opportunamente manipolato, di David Lynch e alle attrici principali (e nel frattempo era stato anche pubblicato “Il diario segreto di Laura Palmer”). Più precisamente, la televisione si scopre veicolo e destinatario di quella cultura pop di cui nel tempo, soprattutto oggi, sarebbe divenuta baluardo fondamentale. La narrazione di lungo corso, certamente non estranea all’epoca, aveva scoperto una nuova godibilità, esterna rispetto a quello che era il classico appuntamento settimanale che apriva e chiudeva la parentesi di elaborazione del prodotto. Si può discutere, analizzare, ampliare l’esperienza generalmente individuale al di là della visione del prodotto, per farla diventare esperienza sociale e condivisa.

La première di Twin Peaks giunge quindi con un carico di aspettative esagerate, dati i mille cliffhanger gettati nella scrittura da Mark Frost, e confermato dal più alto ascolto di tutta la seconda stagione. Il collegamento con il finale dell’anno precedente non potrebbe essere più diretto. Si riparte proprio dalla stanza d’albergo nella quale Dale Cooper è stato colpito da una mano ignota. Steso sul pavimento, Cooper reagisce come ci aspetteremmo, in modo non proprio normale. Non grida aiuto, affronta stoicamente ciò che avviene. La maggior parte degli spettatori, se interrogata a proposito della scena, probabilmente ricorderà il gigante e i famosi tre indizi.

In realtà il gigante, ennesima manifestazione sovrannaturale nel mondo reale, arriva dopo qualche minuto. Cooper e gli spettatori prima devono fare i conti con un’estenuante scena con il cameriere, interpretato da Hank Worden, all’epoca novantenne, che va e viene senza fornire alcun aiuto a Cooper. Si tratta di un personaggio ambiguo e sfuggente, affine alla Signora Ceppo. Un momento abbastanza frustrante per chi teme per la sorte del protagonista e vorrebbe vedere qualcosa di attivo. In qualche modo la scena risponde a chi si attendeva una diretta conferma, già in questa puntata, dell’assassino di Laura Palmer, gridando chiaramente: questo è Twin Peaks.

Il gigante, interpretato da Carel Struyken, infine arriva, e la sua apparizione è memorabile come ricordiamo, anche grazie alla regia di David Lynch. Le tre profezie sono scolpite nella storia della televisione:

  1. “C’è un uomo in un sacco che sorride”
  2. “I gufi non sono quello che sembrano”
  3. “Senza medicine, lui è perduto” (in originale, “without chemicals, he points”)

Il riassunto che Dale riceve poco dopo in ospedale sugli eventi della notte seguente ha dell’assurdo, e qui la serie gioca ancora consapevolmente con gli stereotipi del genere. In breve: Jacques Renault è stato ucciso, Leo come sappiamo è ferito, Pete e Shelly sono usciti incolumi dall’incendio alla segheria, mentre per il momento diamo per scomparse Josie e Catherine, Nadine è in coma (si entra in coma con relativa facilità, qui a Twin Peaks).

Un ritrovato Leland Palmer, con i capelli improvvisamente bianchi, fa il suo ritorno in grande stile al Northern Hotel. La scena di ballo improvvisato con Jerry e Benjamin su “Mairzy Doats” è una meraviglia. Il montaggio gioca sulle associazioni d’idee, mentre una visione orrorifica di Maddy, che sempre più vede sovrapporsi la propria sorte a quella della cugina, sfuma su un camino con il fuoco acceso. Non è l’unico personaggio che tende a rinnovarsi e mutare. Chi non è spinto verso nuovi percorsi dalla brutalità di un cliffhanger, e ne abbiamo visti, decide autonomamente di cambiare. È il caso di Donna, che si improvvisa, senza troppa logica, femme fatale. Ma la transizione durerà poco.

Un blocco di indagini, quello che esplora i traffici illeciti a Twin Peaks, è terminato. E se da un lato i collegamenti con Laura Palmer sono evidenti, d’altra parte tanto Jacques quanto Leo dovranno essere tolti dalla lista dei sospetti per l’omicidio. In un’ultima apparizione, il gigante informa Cooper che qualcun’altro era presente quella notte e ha visto la terza persona coinvolta. Si tratta evidentemente di Ronette Pulaski che in quel momento si sveglia (si esce dal coma con relativa facilità, qui a Twin Peaks).

La transizione si chiude su un incubo, o un ricordo, con l’apparizione più spaventosa di Bob, il demone ghignante. La seconda stagione ha inizio.