The Sopranos esiste nello spazio di un secolo che cambia, di un millennio che cambia. Vive nelle possibilità della televisione solo accarezzate fino a quel momento, negli slanci creativi di un’emittente che, già con Oz, sta per mutare tutto. Respira il piacere di una narrazione immensa per profondità e struggente per dedizione e amore per i propri personaggi. Diventa immortale nei dieci secondi di schermo nero che separano l’ultima scena della serie dallo scorrere dei titoli di coda. In quello spazio, vuoto eppure così denso, si annidano tutte le potenzialità inespresse ed esprimibili di un piccolo schermo che negli otto anni di trasmissione dei Soprano è diventato grande. La creatura di David Chase, andata in onda dal 1999 al 2007, è la migliore serie tv mai realizzata.

Se il primato in questione può essere oggetto di dibattito (qualcuno gli preferirà The Wire o altre), il valore assoluto della serie della HBO è indiscutibile. Si tratta di un’opera totale e immane eppure così imperniata sulle sue individualità, una serie altissima nei riferimenti eppure godibile come poche altre, erudita eppure leggerissima. I Soprano scompone le categorie del genere gangster per farne materiale da grande romanzo americano. Senza un crollo, senza la minima flessione, nelle sei stagioni e ottantasei episodi complessivi ha utilizzato in modo impeccabile i simboli e le forme del racconto per narrare le incrinature nascoste di un intero modello di pensiero. Esistenzialismo e sogni, postmodernismo e identità culturale: il tutto, forse, per raccontare l’esigenza e la libertà di potersi sentire infelici, o almeno insoddisfatti.

What happened to Gary Cooper? The strong, silent type. That was an American. He wasn’t in touch with his feelings. He just did what he had to do.

Tony Soprano (James Gandolfini), boss della malavita nel New Jersey, viene colto da attacchi di panico. Finisce presso lo studio di una psicanalista, la dottoressa Jennifer Melfi (Lorraine Bracco), con la quale inizia a confrontarsi circa i propri timori personali e la difficoltà di rispondere in modo adeguato alle aspettative che il suo ruolo imporrebbe. La stessa idea di andare in terapia appare assurda e imbarazzante a chi occupa una posizione di potere e non dovrebbe lasciar trasparire alcun segno di debolezza o fragilità. Mentre le sedute occupano parte della vicenda, seguiamo Tony al di fuori dello studio in relazione alla sua famiglia, o meglio alle sue due “famiglie”.

Conosciamo quindi la moglie Carmela (Edie Falco) e i due figli Meadow e A.J. Carattere forte la prima, il che spesso la porta a scontrarsi con il marito Tony. Meadow (Jamie-Lynn Sigler) vive invece un progressivo percorso di presa di coscienza delle attività del padre, e anche questo provoca degli attriti. A.J. (Robert Iler) è il figlio problematico, sospeso a metà tra un senso di ribellione e la difficoltà ad uscire dall’ombra del genitore, con cui condivide parte delle difficoltà personali. Proprio il personaggio di Anthony Junior verso la fine della serie si fa portavoce di alcuni riflessioni esistenzialiste legate indirettamente al malessere del padre.

Nel gruppo di criminali spiccano il consigliere Silvio Dante (Steven Van Zandt), gli uomini di fiducia Paulie Gualtieri (Tony Sirico) e “Big Pussy” Bonpensiero (Vincent Pastore), l’adorato Christopher Moltisanti (Michael Imperioli) – praticamente un “figlioccio” per Tony – e molti altri. Svetta su tutte la presenza dello zio di Tony, Corrado (Dominic Chianese), rappresentante della vecchia guardia, una presenza di un certo peso nella vita di Tony, che con lo stretto parente dovrà fare i conti. Il cast ampio, di altissimo spessore attoriale (Steve Buscemi è una presenza ricorrente), rimane una delle caratteristiche principali della serie.

James Gandolfini I Soprano

I’m like King Midas in reverse. Everything I touch turns to shit

I Soprano si appoggia ad una visione di genere, il gangster-movie in questo caso, che serve da trampolino di lancio per considerazioni di altro tipo. Tony Soprano fa proprio un modello di riferimento impossibile e irraggiungibile, come può essere il Gary Cooper di Mezzogiorno di fuoco. Lo fa perché non può sopportare di non essere all’altezza delle aspettative, del ruolo che la vita, perfino la società si aspettano da uno come lui. La prospettiva della debolezza, che poi è semplice umanità, non può esistere. E il fatto che Tony sia un criminale c’entra solo in parte. È l’intera american way of life a imporre, anche nell’illegalità (!), uno standard di risultati e aspettative irraggiungile.

Matthew Weiner, creatore di Mad Men, avrebbe applicato bene la lezione appresa mentre collaborava allo show. Lo stesso Don Draper, in altra epoca, in altro contesto, contiene in sé il fantasma di aspirazioni soffocate e terrori nascosti. La ricerca della felicità filtrata attraverso percorsi prestabiliti, la necessità di compiacere un sistema di valori, e antivalori come in questo caso, in cui l’individuo non esiste più, ma vale solo per il ruolo che rappresenta. Quella di Gary Cooper allora diventa una narrazione mitica, tipicamente americana, che si impone sul reale e che non lascia scampo perché, semplicemente, non può essere soddisfatta.

Come un lungo romanzo televisivo che perpetua e richiama se stesso, questa idea viene ribadita in molti prodotti, da Bojack Horseman a Halt & Catch Fire: spettacolo, mercato, criminalità, nulla sfugge. Ne consegue che Tony Soprano, al di là delle sue qualità individuali, è una figura simbolica. Rappresenta un’America senza identità, senza punti di riferimento, che collettivamente è sotto psicanalisi, ma tiene il tutto segreto. Tony è l’uomo del Novecento, e forse del Duemila, disgregato e spaventato. È Zeno in conflitto con se stesso, acuto nel definire il resto del mondo, ma bloccato nella negazione di sé. È un Edipo contemporaneo, mai guarito dal legame con la madre Livia. È un Charles Foster Kane alla perenne ricerca della sua slitta.

I Soprano non è una serie guidata dalle sue tematiche, è alta nei riferimenti, ma non nel linguaggio. È accessibile a chiunque perché funziona in modo stratificato e su più livelli. Esiste come parabola gangster, con le sue scalate improvvise e cadute precipitose, funziona come tragedia personale, e nei momenti di profondo dramma che riesce a costruire, ma anche come romanzo familiare e racconto di generazioni a confronto. Tony è un boss, ma anche un paziente, un figlio e un padre, un amico e un punto di riferimento, ed è infine anche, simbolicamente, l’orso che invade il giardino di casa propria, minacciando la propria famiglia. In una scrittura di questo tipo, che ha in Tony la sua punta di diamante, si ha un approfondimento psicologico dei caratteri di incomparabile bellezza, costruito nel corso di stagioni intere e pronto a esplodere nei momenti di confronto decisivi, alcuni terribilmente duri.

La scrittura di David Chase e degli altri autori riesce a conciliare un’idea di racconto quotidiano con un intreccio che riesce ad essere affascinante senza dover mettere alle corde lo spettatore. C’è l’idea di raccontare una determinata identità culturale attraverso stereotipie, manie e rituali normali come il consumo del cibo (quanti sandwich divorati nelle stagioni!). Si racconta un codice di comportamento che invade tutto nei rapporti, dalla moralità, al linguaggio alla sfera sessuale (anche qui, il sesso orale è ammesso ma deve rimanere un affare privato). Il contesto risente molto della lettura di Scorsese, soprattutto quello di Quei Bravi Ragazzi (il criminale in accappatoio sul pianerottolo), ma riesce anche ad andare oltre, raccontando aspirazioni, metafore, sogni perfino.

Ecco, la dimensione onirica è molto importante. I Soprano contiene alcune delle più vivide e accurate rappresentazioni del sogno mai concepite. La dimensione psicanalitica del racconto oltrepassa il tempo della terapia, stringe un patto tra lo spettatore e la scena, e racconta il personaggio di Tony da una prospettiva diversa, coraggiosa, figlia di un approccio che non teme l’episodio high-concept, ma anzi ne sfrutta tutte le potenzialità, facendone un semplice passo in un percorso più grande. Il sogno di Tony è anche il suo subconscio, negato e svilito, ma pronto a manifestarsi tramite gli attacchi di panico alla prima banale occasione, come il volo delle anatre che scappano dal giardino.

Emblematico l’episodio Pine Barrens, tra i più noti della serie, scritto da Tim van Patten e Terence Winter. Una puntata che si focalizza sul tentativo di sopravvivere di Paulie e Christopher in mezzo ad un bosco innevato. La minaccia esterna, mai manifesta, è quella di un gangster russo che potrebbe o non potrebbe essere sopravvissuto ad uno scontro. Le sorti di quel personaggio non si scopriranno mai. Ora, in questo spazio di indecisione, che per qualunque narrazione coerente sarebbe impensabile, si cela la forza di un racconto postmoderno, estremamente sperimentale e libero da legami. I personaggi in scena, e noi con loro, attendono di essere ripagati dall’apparizione di un personaggio che non giungerà mai. Una riflessione che si lega inevitabilmente con lo storico e dibattuto finale della serie (seguono spoiler sul finale).

You probably don’t even hear it when it happens, right?

La scena, con in sottofondo Don’t Stop Believing dei Journey, vede l’intera famiglia convergere ad un ristorante. Si gioca sul senso di attesa, sulla tensione dello scampanellio della porta del locale, con Tony che alza lo sguardo di tanto in tanto, mentre la figlia Meadow, all’esterno, cerca di parcheggiare la macchina. Ci riesce, si avvicina, ma forse è qualcun’altro. Campanello, Tony, schermo nero, titoli di coda. Il fatto che dieci anni dopo David Chase debba tornare di tanto in tanto a spiegare questa scelta, che ha generato sensazioni di rifiuto e rabbia in molti telespettatori, dice molto sull’esigenza di una conclusione, su come sia difficile svicolare da una certa idea di forma-racconto. Come il criminale russo, Tony è vivo e morto al tempo stesso (capiremo ora meglio come), e questo non incide sul valore della storia che è stata raccontata fino a quel momento.

I Soprano è postmoderno nel senso che si è guadagnato, tramite una forma e un contenuto impeccabili, il diritto di emanciparsi da quelle strutture del racconto che tanto disperatamente andiamo cercando, salvo poi lamentarci di una eccessiva omogeneità. Chase avrebbe voluto estendere ancora lo schermo nero, chiudendo tutto con il semplice logo della HBO, ma l’emittente rifiutò una soluzione così drastica. In cambio abbiamo alcuni secondi di schermo nero, un vuoto che prende in contropiede lo spettatore nel momento di massima vulnerabilità, tanto da portarlo a credere ad un guasto di qualche tipo.

Invece di staccare subito sui titoli di coda, abbiamo il vuoto e il silenzio. Eppure si tratta del silenzio più rumoroso della storia della televisione. La serie, nel momento più intenso di narrazione, stacca per concentrarsi su un approccio stilistico. Nel fare questo crea uno spazio di indecidibilità che contiene tutte le soluzioni possibili, tutti i percorsi narrativi percorribili, che sceglie ogni finale senza vincolarsi a nessuno. L’unica risposta possibile arriva a livello metanarrativo, e nemmeno questa è risolutiva. Quindi, tornando alla domanda centrale che dopo dieci anni continua a tenere banco, Tony Soprano è vivo o è morto? Entrambe.

Tony è morto semplicemente perché la serie finisce in quel momento, uccidendo di fatto, come qualunque altra serie nella storia, la storyline del personaggio, ma Tony è anche vivo perché, nel corso delle sei stagioni, ha raggiunto un valore simbolico che lo ha reso un archetipo della narrazione contemporanea, il vero padre della letteratura televisiva dei nostri tempi.