L’evoluzione del modo in cui vengono percepiti i personaggi di Game of Thrones passa negli anni attraverso alcune fasi distinte. Nascono come ruoli, nulla più di questo. Semplici specificazioni di caratteri che conosciamo tramite altre opere precedenti. Jon Snow e Daenerys, eroi in formazione e trasformazione, sono i più emblematici in questo senso, tant’è che sette stagioni dopo possiamo ancora identificarli come tali. Da ruoli ecco quindi che diventano personaggi. Jon non è l’ennesimo eroe dalle origini mitiche, ma è l’eroe dalle origini mitiche di cui vogliamo sapere di più. Come un albero che conosciamo bene cessa di essere un semplice rappresentante della categoria a cui appartiene per diventare quindi il nostro albero, così questi sono personaggi che hanno un loro enorme peso.

Un peso che travalica i limiti stringenti della storia di cui sono protagonisti e li eleva – quindi ecco il terzo passo decisivo – a icone. E qui accade qualcosa di particolare. Nel momento in cui un personaggio di fantasia – che può essere Darth Vader o Shrek – vive in una dimensione transmediale che non è più quindi solo esclusiva del mezzo cui appartiene, diventa un patrimonio di attese condivise, la proiezione di desideri che ne fanno la rappresentazione di se stesso. E tutto ciò che farà non apparterrà più solo al personaggio in quanto tale, in cammino nella sua storia, ma sarà vissuto come risposta emotiva, più che narrativa, del simbolo che egli stesso rappresenta.

Tutto questo discorso fatto per i personaggi vale in modo identico per Game of Thrones, in quanto serie.

Beyond the Wall – regia del figliol prodigo Alan Taylor – si immola sull’altare della verosimiglianza, come spesso quest’anno la serie ha dato prova di voler fare, per lavorare su un impatto più “di petto”. Sottile è la differenza tra le battute al gusto di meme che Davos rivolgeva la scorsa puntata a Gendry e l’arrivo tempestivo di Daenerys a salvare i non tanto magnifici sette. E in questa costrizione di storie che si intrecciano, vicende amorose che nascono e conflitti fraterni perseguiti con tenacia, rimane l’idea di una saga che ha lasciato le briglie del controllo. Non è la più elegante delle narrazioni, ma è senza dubbio divertente quando non esaltante.

In realtà l’episodio dispone con metodo e attenzione le pedine oltre la Barriera. Ci sono una serie di scene, gustose, divertenti, piacevoli, che vedono intervenire ognuno dei sette grandi personaggi coinvolti nella spedizione per andare a catturare il non-morto. E se Gendry ha ancora qualche rimostranza nei confronti di Beric e Thoros, al tempo stesso Sandor dimostra di essere uno tra i più focalizzati sull’obiettivo, mentre Jon e Jorah hanno un chiarimento circa la spada del vecchio comandante Mormont e noi desideriamo ardentemente veder coronato il sogno d’amore di Tormund con Brienne. Le red-shirt che li accompagnano faranno sistematicamente una brutta fine. Ancora, non il massimo dell’eleganza, ma prevedibile.

La spedizione si conferma comunque la poco brillante idea che già era apparsa la scorsa settimana. Non tanto per quelle che dovrebbero essere le sue conseguenze, quanto per la sua applicazione pratica. L’idea di coinvolgere Cersei in un’improbabile alleanza anti-Estranei è interessante proprio perché inattesa e, anche se l’idea di andare a catturare un non-morto come prova appare un po’ pretestuosa, possiamo accettarla. Meno sensata, anche alla luce di quel che vedremo nell’episodio, è la decisione di Daenerys di rimanere inattiva, salvo poi correre a perdifiato a salvare Jon e gli altri. Più senso avrebbe avuto a questo punto procedere fin dall’inizio in questo modo.

Game of Thrones 7×06, “Beyond the Wall”

Ora, i discorsi sulle tempistiche si sprecheranno, e stavolta ci sarebbe qualcosa in più da dire dato che non si tratta del solito troncamento delle ellissi temporali quanto di qualcosa che si svolge nell’arco di uno-due giorni. Ma qui altro ci sembra più interessante. Cioè l’idea che le svolte narrative più importanti, le ricompense narrative più attese, passano attraverso canali un po’ troppo pilotati e scoperti. È qualcosa che va oltre l’inutile puntigliosità sul cambio d’abito di Daenerys sulla nave o l’apparizione delle catene giganti, ma riguarda gli snodi centrali della trama.

Vogliamo dire che Daenerys decide di andare oltre la Barriera con i suoi draghi per avere abbastanza spazio per riportare tutti indietro, dopo averne utilizzato solo uno nella battaglia contro i Lannister? Può darsi, ma continua a martellare l’idea di uno scenario costruito per giungere alle conseguenze che vedremo. Almeno un drago servirà a tornare, un drago che diventa non-morto e che, a questo punto la prossima settimana, ci aspettiamo vedere colpire la Barriera per aprire all’ultima stagione dello show. E, come la morte di Thoros, ovviamente il più sacrificabile del gruppo, o il contesto da trappola perfetta che permette ai personaggi di rimanere in campo aperto circondati dall’esercito, tutto sembra esistere per servire uno scopo più alto. O, come nel caso del drago, ragionando a posteriori su ciò che servirà alla trama.

Detto ciò, l’episodio è più volte esaltante. Lo è negli scambi di preparazione che dicevamo, lo è nella sassata lanciata da Sandor al nemico, lo è nel momento in cui crediamo che Tormund sia spacciato (attimi di terrore), lo è ovviamente in ogni segmento che, arrivati a questo punto, si carica di un’attesa fortissima. Quindi l’arrivo tempestivo di Daenerys, ma anche quello di Benjen, e naturalmente la resurrezione del drago. Questo è il rovescio positivo della medaglia, l’hype giocato sulla costruzione di eventi che poggia su personaggi che ormai ben conosciamo e si vendono molto bene. Se Sandor, come pare, farà parte della spedizione che porterà il non-morto ad Approdo del Re, chissà che la scrittura non trovi un modo per creare l’atteso Cleganebowl. E non sarebbe in fondo quest’ultimo l’ennesimo esempio di corrispondenza tra aspettative esterne e risposta narrativa interna?

A proposito di Approdo del Re, un’altra reunion attesa potrebbe essere quella con Brienne. Il segmento a Grande Inverno è di difficile interpretazione. La lettera giunta sarà vera? L’allontanamento di Brienne è un mezzo per togliere protezione alle sorelle e magari lasciar crescere l’astio? Le minacce di Arya sono inquietanti, ma poco plausibili. Non farebbe mai del male alla sorella, giusto? Ma soprattutto, Sansa – non la più brillante delle pedine in gioco – ne è consapevole?

Per confrontarvi con altri appassionati della saga, vi segnaliamo la pagina Game of Thrones – Italy.