Nella poetica di Borges lo specchio è elemento chiave, definito abominevole poiché esso “moltiplica gli uomini”. Il riflesso propriamente tale, l’atto del “guardarsi”, costituisce un’azione generativa distorta, perché moltiplica le forme del sé. E si lega strettamente all’elemento del doppio, in cui pure l’autore argentino aveva fatto incursione nel racconto L’altro, discendente a sua volta del Sosia di Dostoevskij. Twin Peaks, tra gli innumerevoli riferimenti che permeano quest’opera colta, risuona anche di quelle tematiche, e lo fa oggi nella sua terza stagione come nelle due storiche. Doppi, riflessi e specchi torneranno ancora in The Return – Part 16, penultimo appuntamento con la serie prima del doppio episodio della prossima settimana.

L’idea dello specchio in Lynch si richiama qui ancora alla radice più profonda del termine, quello specere che significa letteralmente guardare. Nella tradizione twinpeaksiana il riflesso è veicolo di orrore, sincero in ciò che rivela (come il mancato riflesso dei vampiri ne definisce la natura mostruosa), ma pur sempre agghiacciante. La superficie che toglie il velo di Maya dal mondo, per quanto inquietante sia. Si rivelava per caso in uno specchio BOB nel primo episodio della serie, ed era uno specchio a mostrarne prima la possessione di Leland e in seguito quella di Cooper. Uno specchio in carcere mostrava la fremente presenza di BOB nel Cooper malvagio, e con un riflesso di vertiginosa potenza si chiude la puntata di questa settimana.

Lo specchio quindi come veicolo di sdoppiamento in una sorta di ideale e caricatissimo incontro-scontro tra dottor Jekyll e mr. Hyde, che potranno essere i nostri due Cooper, rispettivamente campioni della luce e dell’ombra. Ma “attraverso lo specchio” anche come fuga dalla realtà e manipolazione dell’ambiente circostante. Nulla di così concreto e netto, conoscendo i pochi punti di riferimento forniti da Lynch, ma forse qualcosa che potremmo leggere in quest’ottica. Il ballo di Audrey, quindi, e il suo risveglio. “Isn’t it too dreamy?”, si chiedeva una splendida adolescente, decenni fa, ascoltando una musica e danzando su quelle note.

Probabilmente lo era, sognante, o quantomeno lo è oggi. Il riflesso di Audrey sulla finestra nel dialogo di qualche puntata fa con Charlie sembra oggi un’anticipazione di ciò che è accaduto alla Roadhouse. E forse non è l’unica volta in cui la serie ha anticipato questo momento. Usciti finalmente dall’incubo surreale che li teneva chiusi in casa, Audrey e Charlie arrivano al locale. Qui la folla si scansa e Audrey viene chiamata a danzare la sua danza. Al di là della lettura metatestuale del momento, emerge quest’illusione di ringiovanimento improvviso, di ritorno ad un ideale forse irraggiungibile, ma tanto vicino da poter essere accarezzato. Non è la giovane Audrey a danzare, ma quanto le somiglia!

Il successivo brusco risveglio si apre a più congetture, che rimarranno tali almeno per adesso. Quindi, confermiamo l’idea di prigione mentale dovuta a qualche fattore esterno. Forse un istituto, forse quel coma “che può durare anni” che pure viene citato nella puntata da Janey in un altro momento. Alla luce di ciò i vari momenti ora eterei, ora slegati, ora incomprensibili visti alla Roadhouse si caricano di un ulteriore elemento di dubbio. Potremmo azzardare l’idea di un luogo di fantasia condiviso, una fuga dell’immaginazione che accomuna più personaggi, ma vorrebbe dire giocare molto con la mitologia della serie, e quindi ci fermiamo qui, mentre ascoltiamo le note “a rovescio” (quindi specchiate) del tema di Audrey.

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Soliti echi di Magritte, da Portrait of Edward James a L’automate, puntellano invece la storyline di Diane, che giunge ad una svolta importante. Confermato lo scambio di messaggi con il Cooper malvagio, ne arriva uno particolarmente inquietante. Uno smile che si accompagna alla parola “ALL”. Se la parola potrebbe indicare il comando di inviare la serie completa delle coordinate, a scatenare qualcosa sarà forse quel sorriso. Un ricordo lontano anni, che trasporta Diane e noi ad una visita del Cooper già posseduto. Anche Diane ha subito il terribile atto di violenza, come altre donne prima di lei, e forse è stata uccisa in seguito dallo stesso Cooper, per quanto lei affermi di trovarsi alla stazione dello sceriffo.

Quel che è certo è che la Diane vista fino ad ora è un Tulpa, termine che deriva dalla tradizione tibetana ad indicare un essere creato dal pensiero. Il sorriso ha forse come conseguenza inattesa quella di risvegliare i ricordi sopiti (di un sorriso malefico parlerà nel suo racconto), e di mostrare alla Diane artificiosa la propria natura. Se Dougie aveva lo scopo di impedire a Cooper di essere richiamato nella Loggia, Diane (oltre al sadico piacere del Cooper malvagio di approfittarsi di tutte le donne vicine al Cooper buono) è una figura vicina all’FBI, un’informatrice preziosa. Si spiega meglio forse il collegamento con Janey, di fatto legata strettamente a due esseri artificiosi, generati tramite i cosiddetti “semi”.

I semi dunque, una volta esaurito il loro compito, ritornano al piano astrale che li ha generati. Ricordiamo la sfera dorata partorita dalla mente del Fireman in Part 8. Laura non è un Tulpa, ma è comunque un essere che nasce come manifestazione della volontà esterna. Ancora di semi parlano Dale Cooper – torniamo tra poco sul suo risveglio – e MIKE. Come clonando il DNA dell’agente, MIKE è chiamato a costruire un nuovo Dougie, che probabilmente andrà a riunirsi a Janey e Sonny Jim una volta che tutto sarà compiuto. Ciò che emerge è che comunque il Tulpa manterrebbe una forma di ricordo ideale – e “morale” – della sua vita precedente e verrebbe influenzato dal suo creatore. Da quel poco che sappiamo di Dougie e Diane questi non erano esattamente modelli di stile. Possiamo immaginare che il Dougie creato da Dale Cooper sarà invece un buono.

A proposito di questo, viene confermata la parentela tra il Cooper malvagio e Richard Horne. Ancora uno stupro, probabilmente, nel momento in cui, come rivelato in Part 7, l’uomo si era recato in visita da Audrey, ancora in coma dopo l’esplosione. Qui Richard Horne va incontro alla propria fine, nel momento in cui Cooper lo utilizza come esca per testare due delle tre coordinate che gli sono state fornite in passato. Una trappola evidentemente, un altro tentativo di annientare il demone e forse riportarlo nella Loggia.

A proposito delle tre coordinate, proviamo a fare un po’ di chiarezza. La prima sarebbe quella fornita da Ray in Part 13, e stando al suo racconto dovrebbe essere quella trovata da Hastings e fornita da Betty. La seconda sarebbe quella consegnata da Jeffries in Part 15. La terza sarebbe quella inviata da Diane. Nel caso delle prime due, che dovrebbero essere quelle uguali e che portano alla trappola, possiamo immaginare un intervento degli spiriti. È difficile tracciare un confine tra ciò che ha fatto Jeffries e ciò che ha fatto MIKE, ma l’origine dovrebbe essere comunque quella. Nel caso di Diane, prima del risveglio la vediamo inviare quella che dovrebbe essere la serie completa e giusta dei numeri. In ogni caso Cooper è già vicino a Twin Peaks, come conferma la presenza di Jerry.

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Molto concentrato questo episodio di Twin Peaks, che taglia quasi del tutto le storyline secondarie. Non abbiamo notizie dalla cittadina, non sappiamo cosa è accaduto a Becky, e quando ci sarà qualche divagazione, questa tenderà a chiudere storie, come la vicenda di Hutch e Chantal dagli echi tarantiniani o coeniani. Altre situazioni richiamano la nostra attenzione, momenti di straordinaria potenza narrativa.

Quello di Dale Cooper è il riveglio positivo che si contrappone idealmente e narrativamente a quello, dalle tinte cupe, di Audrey e Diane. È rumore bianco questo Twin Peaks, un brusio indistinto, ora respingente, ora rilassante, nel quale emerge un tema commovente e riconoscibile, prima sommesso poi sempre più incalzante. Fino ad assumere la forma di quattro parole: “I am the FBI”. David Lynch non crea emozioni in laboratorio, non si affida a regole precostituite della drammaturgia, e senza dubbio non si piega alle convenzioni del revival. Toglie piacere, frustra lo spettatore, porta con sé nel viaggio solo chi davvero ha la forza di affrontarlo, e solo per questi rivela infine il cuore più puro della sua storia.

E non è che non potesse farlo prima. Chiunque altro l’avrebbe fatto. Giocando sulla soundtrack, sulle frasi celebri, sui luoghi riconoscibili, senza in fondo narrare nulla di nuovo, soprattutto senza stimolare la mente. Invece, abbiamo un immenso bisogno di narrazioni di questo tipo: complesse, inaspettate, diverse. Il ritorno di Dale Cooper non è una gratificazione dello spettatore che gioca su sentimenti facili, è un premio alla costanza, un tributo che rilascia settimane e settimane di tensione narrativa. Kyle MacLachlan è eccezionale. Non sono le parole, non la postura, non il carattere, è proprio nell’ideale di positività che questo personaggio emana che si può rintracciare la sua caratterizzazione più profonda.

Un sorriso, basta poco a cambiare la vita delle persone. Un sorriso ghignante, come quello rivolto dal Cooper malvagio a Diane, può sprofondarle nel caos, un altro, come quello che Dale non nega a nessuno, può salvarle dalla perdizione. E quanti personaggi, a partire dagli adorabili Mitchum fino alla famiglia di Dougie (di cui ci importa davvero!) sono stati salvati nelle scorse puntate dalla bontà di Dale? In fondo anche questo arco narrativo ha avuto un senso per Dale, che tanti episodi fa si commuoveva nel vedere Sonny Jim, forse sapendo intimamente che avrebbe dovuto lasciarlo un giorno.

Twin Peaks termina la prossima settimana, ma non se ne andrà mai.