Dopo l’episodio della scorsa settimana, che non ha mancato di irritare qualche gruppo – irritazione un po’ tardiva, dato che la graphic novel risale a quasi venti anni fa – Preacher regala gli ultimi sussulti in vista del finale di stagione. Lo fa con un episodio in linea con l’annata che va a concludersi, e in generale con quanto fatto vedere finora dal progetto di Evan Goldberg e Seth Rogen. Un adattamento buono, ma non eccezionale, un po’ confuso in certi frangenti, ma capace di ottimi slanci creativi. In questa nicchia tutto sommato soddisfacente cade anche Backdoors. undicesima puntata della serie della AMC.

Si riparte ancora una volta dal conflitto, prima silenzioso, ora sempre più rumoroso, in seno al trio di protagonisti. Le macchinazioni di Starr si insinuano all’interno delle crepe che già esistevano tra Jesse, Cassidy e Tulip, spingendoli in direzioni opposte. Ne conosciamo le ragioni. Starr vuole rimpiazzare la discendenza di Cristo con una figura più autorevole, Custer quindi, ma anche e soprattutto Genesis. La scrittura si prende i rischi del caso a rappresentare tutto in questa mitologia attraverso un filtro grottesco, prima nella figura di Cristo, ora nella rappresentazione del suo presunto sostituto e della persona che vorrebbe reclutarlo. Starr ancora una volta verrà umiliato dalla scrittura.

In generale Preacher offre questa visione delle figure di potere. Da un lato le umilia, come accaduto anche con Hitler in questa stessa puntata, dall’altro crea questa associazione d’idee tra il timore di Dio e il timore del potere. C’è una bella cold open questa settimana, che ancora una volta ci riporta ai flashback sulla giovinezza di Jesse Custer. Forse scopriamo dove ha preso l’idea di sprofondare le persone in fondo all’acqua, soluzione ripetuta con il Santo degli Assassini, ma soprattutto scopriamo come si è formata questa sorta di ossessione nella ricerca di Dio, magari della Sua approvazione ideale. Qualcosa che ci riporta ad un ramo della famiglia che il reverendo finora ha tenuto celato.

L’episodio è buono, gli scambi all’interno del trio – particolarmente la costruzione della tensione in un dialogo – funzionano bene, ed è riuscita, anche se non del tutto chiara, la parentesi all’inferno, completamente slegata dal resto e quindi molto rischiosa. Anche perché qui non si tratta di raccontare la vicenda di Eugene, ma di fare un salto ancora più in là e narrare la “origin story” di Hitler, malvagio non per nascita (come nessuno del resto). Dall’altra parte si poteva costruire meglio la tensione sulla scoperta della fuga del Santo degli Assassini, e al tempo stesso il personaggio di Tulip continua a perdere qualcosa della sua forza, anche rispetto a Jenny.